1 settembre 2010
Le società "democratiche" non usano la forza ma la propaganda, fabbricano il consenso creando “illusioni necessarie” e “ipersemplificazioni emotivamente efficaci”, per citare Reinhold Niebuhr
WikiLeaks cambia la guerra in Afghanistan
I documenti segreti dell’esercito statunitense sulla guerra in Afghanistan resi pubblici da WikiLeaks dimostrano che per gli Stati Uniti la lotta si sta facendo sempre più feroce, e per gli afgani sempre più terrificante. Per quanto siano preziosi, questi documenti potrebbero confermare la diffusa teoria per cui le guerre sono sbagliate solo quando non raggiungono il loro obiettivo, esattamente come pensavano i nazisti dopo Stalingrado.
Nel giugno scorso abbiamo assistito alla sconfitta del generale Stanley McChrystal, costretto a lasciare l’incarico di comandante delle forze statunitensi in Afghanistan e sostituito dal suo superiore, il generale David Petraeus. Le possibili conseguenze di questo cambio sono un allentamento delle regole militari, che renderà più facile uccidere i civili, e un prolungamento del conflitto.
In questo momento, la guerra in Afghanistan è il principale impegno militare del presidente Barack Obama. L’obiettivo ufficiale del conflitto è difenderci da Al Qaeda, un’organizzazione virtuale senza una base specifica, una “rete di reti” e un “movimento di resistenza senza leader”, come è stata definita dagli esperti di geopolitica. Oggi, ancora più di prima, Al Qaeda è formata da una serie di fazioni relativamente indipendenti, vagamente collegate tra loro e sparse in tutto il mondo.
La Cia calcola che ora in Afghanistan potrebbero avere tra i cinquanta e i cento militanti. Intanto i taliban sembrano ben consolidati nel loro vasto e inaccessibile territorio, che copre buona parte delle terre pashtun, e non abbiamo alcuna prova che vogliano ripetere l’errore di offrire rifugio ad Al Qaeda.
A febbraio, seguendo la nuova strategia di Obama, i marines hanno conquistato Marja, un piccolo distretto della provincia afgana di Helmand, il centro principale dell’insurrezione. In quella zona, ha scritto Richard Oppel Jr sul New York Times, “i marines si sono scontrati con un’identità taliban così forte che il movimento sembra essere l’unica organizzazione politica della città e coinvolge tutti i suoi abitanti. ‘Dobbiamo modificare il nostro concetto di nemico’, ha dichiarato il generale Larry Nicholson, comandante dei marines nella provincia di Helmand. ‘Qui quasi tutti si identificano con i taliban. Non dobbiamo pensare che stiamo cercando di cacciare i taliban da Marja, stiamo cercando di cacciare il nemico’”.
I marines si trovano davanti a un problema che ha sempre afflitto i conquistatori, e che gli Stati Uniti conoscono bene dai tempi del Vietnam. Nel 1969 Douglas Pike, il più importante esperto americano di Vietnam, si lamentava del fatto che il nemico – il Fronte di liberazione nazionale (Fln) – fosse l’unico “vero partito politico di massa del Vietnam del Sud”.
Qualsiasi tentativo di competere politicamente con quel nemico sarebbe stato come contrapporre un pesciolino a una balena, ammetteva Pike. Di conseguenza bisognava combattere l’Fln usando l’unica arma a disposizione degli Stati Uniti, la violenza, con risultati raccapriccianti. Anche altre potenze si sono trovate in una situazione simile: per esempio i russi in Afghanistan negli anni ottanta, dove vinsero tutte le battaglie ma persero la guerra.
Dopo il trionfo di Marja, ci si aspettava che le forze internazionali guidate dagli Stati Uniti avrebbero attaccato la città di Kandahar dove, secondo un sondaggio condotto dall’esercito lo scorso aprile, il 95 per cento della popolazione è ostile agli stranieri. Ma il progetto è stato rimandato, e questo è stato uno dei motivi delle dimissioni di McChrystal.
In queste condizioni non c’è da sorprendersi se le autorità statunitensi temono che il sostegno alla guerra in Afghanistan diminuisca ancora. WikiLeaks ha pubblicato un memorandum di marzo della Cia su come rafforzare l’appoggio dell’Europa occidentale alla guerra. Il sottotitolo era: “Ecco perché contare sull’apatia potrebbe non essere sufficiente”.
“La poca informazione sulla missione in Afghanistan ha permesso ai politici francesi e tedeschi di non tener conto dell’opposizione popolare e di aumentare regolarmente il loro contributo di truppe”, afferma il documento. “Berlino e Parigi sono ancora al terzo e quarto posto per numero di soldati inviati, anche se l’80 per cento dei francesi e dei tedeschi è contrario a un aumento del contingente”. Di conseguenza, è necessario “modificare il messaggio” per “prevenire o almeno contenere l’opposizione”.
Il memorandum della Cia ci ricorda che gli stati hanno un nemico interno: la loro stessa popolazione, che quando non condivide la linea politica del governo dev’essere tenuta sotto controllo.
A questo scopo, le società democratiche non usano la forza ma la propaganda, fabbricano il consenso creando “illusioni necessarie” e “ipersemplificazioni emotivamente efficaci”, per citare Reinhold Niebuhr, il filosofo preferito di Obama. La battaglia per controllare il nemico interno rimane quindi fondamentale, anzi proprio da quella potrebbe dipendere il futuro della guerra in Afghanistan.
FONTE: Internazionale, agosto 2010
www.controlacrisi.org
Afghanistan
NOAM CHOMSKY
| inviato da Notes-bloc il 1/9/2010 alle 21:2 | |
|
|
24 agosto 2010
Il 26 agosto il comitato precari per la scuola insieme al coordinamento dei diversi movimenti metterà in scena in piazza Politeama la morte della scuola pubblica.
SCUOLA Insegnanti precari in sciopero della fame. Uno di loro ieri è stato ricoverato
Venerdì tutti a Montecitorio contro i tagli. Lombardo scrive a Gelmini
PALERMO. Sciopero della fame a pieno regime per insegnanti e personale Ata, amministrativi tecnici e collaboratori, vittime di quest'ultima tornata di tagli rivolta al mondo della scuola. A Palermo, dal 14 agosto scorso, un presidio fisso di precari si è impiantato davanti gli uffici dell'ex Provveditorato, in via Praga, contro i nuovi tagli decisi dai ministri Gelmini e Tremonti. Per rimpinguare le casse dello Stato e alleggerire il peso di circa 5 mila statali in Sicilia (-1.784 Ata e -3.329 docenti), macelleria Italia ha aperto nell'isola dei nuovi punti vendita. Venerdì i precari della scuola siciliana saranno a Roma con una delegazione in piazza Montecitorio per dare forza a una protesta che non vuole e non può scemare.
Non mangiano e vanno avanti ad acqua e caffè. Sul banco sistemato sotto il gazebo di fronte l'ufficio scolastico e alle spalle del consolato danese, tra lenzuola che urlano a un Berlusconi precario e un futuro incerto, compaiono anche alcuni succhi di frutta. È il menù quotidiano dei precari che da otto giorni stanno manifestando per riavere il proprio lavoro. Inizialmente erano in tre e uno di loro, affetto da alcune patologie, accusando un malore è finito in ospedale. Ricoverato, è stato dimesso ed è tornato in via Praga. Con i suoi 180 giorni di lavoro all'agosto 2009 più due mesi e nessun sussidio di disoccupazione se non il minimo, 1.800 euro e un primo sciopero della fame a dicembre scorso, davanti la sede dell'Assemblea regionale siciliana, quando accolto da Lombardo aveva sperato ancora una volta di riottenere il lavoro. Come Pietro Di Grusa 49 anni, ex collaboratore scolastico al quale non è stato rinnovato l'incarico, ce ne sono tanti, anche troppi. C'è Silvia Bisagna, 37 anni, 4 dei quali vissuti a insegnare inglese ai disabili. «La Gelmini ci ha appena licenziato - dice. L'ambizione di ogni insegnante è quella di entrare di ruolo, ma ho perso questa speranza lo scorso anno con l'applicazione dei primi tagli e una graduatoria che non contemplava il mio nome. Poi a ottobre sono stata chiamata a Novara dove ho lavorato fino a giugno, ho dovuto lasciare Palermo. Io e mio fratello campiamo con la pensione di mamma».
Quello dell'istruzione è un sistema a punti. Come il calcio, come l'università dove uno studente va avanti per crediti, fatto di numeri e di calcoli. Come un concorso a premi e non sai se vinci. Per ogni anno di insegnamento un docente può arrivare a «prendere» fino a 12 punti, due al mese. Lo stesso per un organico Ata. Un punteggio che viene raddoppiato se si decide di seguire uno di quei corsi di perfezionamento e aggiornamento studiati ad hoc dalle università private. Da 1 a 3 a corso per un massimo di 12 punti nell'arco di un'intera carriera.
Caterina Altamore ha la stessa età di Silvia. Trentasettenne e 14 anni di insegnamento sulle spalle, il primo incarico importante di un anno è arrivato dopo cinque di sostituzione, la supplenza. «Sono stata costretta ad accettare un incarico annuale a Brescia per continuare a fare un lavoro che amo - racconta. Avrei potuto accettare il salvaprecari, ho capito che in realtà era un modo per farci accomodare fuori dalla scuola. Mi offrivano dei punti e forse qualche giorno di supplenza. Molto gentili, grazie, rifiuto e vado avanti. Ho fatto una valigia, consapevole che la mia decisione avrebbe potuto essere non capita dai miei figli, in realtà hanno capito che la mia è voglia di non arrendersi e continuare a lottare per quello che amo con tutte le mie forze. Oggi voglio dire con forza a Tremonti, alla Gelmini, al Presidente del Consiglio e ai numerosissimi parlamentari siciliani che le cose devono cambiare. Non permetteremo la morte della scuola pubblica».
Venerdì prossimo una delegazione sarà a Roma per portare la protesta in piazza Montecitorio. Meno 3,96% di docenti nell'anno scolastico 2010/2011, rispetto al 2009/2010, un taglio di 25.558 posti su un organico di diritto di oltre 620 mila docenti, in particolare al Sud, ma in media in tutto il Paese. Per l'anno 2010 2011 in Italia la regione che perde più docenti è la Campania con 3.686 posti tagliati, seguita dalla Sicilia (-3.325) e Lombardia (-2.760). A Palermo, Gelmini è riuscita ad unire studenti universitari e professori che, assieme al rettore Roberto Lagalla, protestano per i tagli in una maniera molto simpatica e innovativa: gli esami si svolgono in strada. Sempre a Palermo, il preside di un Ipsia del quartiere Brancaccio ha rifiutato l'iscrizione di 400 studenti perché non ha personale Ata sufficiente.
Per Lombardo si tratta di leso «principio costituzionale di leale collaborazione». Il Governatore della Regione Siciliana ha inviato una lettera di protesta al ministro dell'Istruzione. Lombardo chiede il reintegro della metà dei posti tagliati. I tagli Tremonti-Gelmini colpiscono la Sicilia con più di 3 mila insegnanti in meno quest'anno per un totale di 15.000 entro tre anni. Particolarmente colpito il sostegno che ha visto un decremento di 1000 docenti a fronte di un aumento degli alunni diversamente abili di 5000 unità. A quanto pare al Miur la missiva del Presidente ha già fatto i suoi effetti. Difatti si ipotizza un aumento di 450 unità per quanto riguarda i docenti di sostegno, a fronte delle 600 richieste.
Intanto i sindacati hanno promosso uno sciopero il 17 settembre, primo giorno di scuola, davanti all'ufficio regionale scolastico. «Non chiediamo lo stipendio o l'assistenzialismo, ma dignità e riconoscimento della professionalità», dice Salvo Altadonna, 35 anni per 8 insegnante di sostegno in un istituto di Borgo Nuovo, considerato a rischio per l'elevato tasso di dispersione scolastica. Che ci vengano restituiti i diritti che ci hanno scippato.
Il 26 agosto il comitato precari per la scuola insieme al coordinamento dei diversi movimenti metterà in scena in piazza Politeama la morte della scuola pubblica. Dal 30 agosto al 10 un presidio permanente sarà allestito davanti l'Usr.
|
|
24 agosto 2010
Il 23 agosto 1927 venivano assassinati Sacco e Vanzetti.
Quelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l'uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l'ex portiere notturno all'Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.
Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand'ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni - pensavo - a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?
Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.
Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l'autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.
Perché?
"Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli" disse.
Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione.
Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l'unico che avesse famiglia. L'attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell'inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.
"Viva l'anarchia" disse. "Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici" disse. "Buonasera, signori" disse poi. "Addio, mamma" disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel'ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l'inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.
Ascoltate:
"Desidero dirvi," disse, "che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente". Faceva il pescivendolo, al momento dell'arresto.
"Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto" disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
La loro vicenda, di nuovo:
Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall'Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L'anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.
Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno.
Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell'epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.
Vanzetti dirà in seguito: "Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America".
Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.
I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l'ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l'ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L'agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.
Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c'era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. "Dove potevo andare? Cosa potevo fare?" scrisse Vanzetti. "Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me." Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga - andando di porta in porta.
Il tempo passava.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O'Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.
Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un'acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor'kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch'era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.
Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi - pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato - che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi. Era chiaro per loro, anche, che l'America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.
Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.
Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un'ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.
Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo - e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione - presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.
Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.
Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti. Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.
Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un'inchiesta sull'arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O'Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.
Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.
Ma, ecco, d'un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.
La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.
Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.
Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: "Quest'uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.
Parola d'onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell'aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor's Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).
E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.
Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l'ho dimenticato.
L'altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell'esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch'era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.
Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.
"Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont" mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.
Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull' America. L'indignava che fossero così ingrati verso l'America, quegli immigrati italiani.
Stando a Labor's Untold Story, Capone disse: "Il bolscevismo bussa alla nostra porta... Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall'ideologia rossa e dalle astuzie rosse".
Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l'ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un'alta finestra.
Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: "Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!".
Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.
"Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra," disse Vanzetti, "di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo."
Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.
E non si laverebbero le mani.
In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato - composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento - di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.
Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l'ascoltavamo tenendoci per mano.
Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m'iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, "s'intendeva molto di elettricità, se non di altro", era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).
Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell'esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c'erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.
Il triunvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.
Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?
Chi è l'uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.
E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.
Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.
"La natura si mostrava partecipe" disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.
Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.
La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell'esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov'era la prigione. Fra i dimostranti c'erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.
C'erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C'erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.
Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.
Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.
Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.
Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l'appesero alla parete, sopra i catafalchi.
Su quello striscione erano dipinte le parole che l'uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:
Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?
Fonte: Kurt Vonnegut, Pezzo di galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini dal sito Filiarmonici.
Sacco e Vanzetti
23 Agosto 1927
| inviato da Notes-bloc il 24/8/2010 alle 9:34 | |
|
|
23 agosto 2010
"Quando un marinaio vede che la sua rotta è disastrosa cambia direzione, ma gli eserciti imperiali affondano i propri stivali nelle sabbie mobili e continuano a marciare ..."(Bruce Cumings)
The War Logs, un archivio di documenti militari classificati nei sei anni di guerra in Afghanistan, lanciato su Internet dall'organizzazione Wikileaks, narra dalla prospettiva degli Stati Uniti la tragica lotta, ogni giorno più cruenta. Per gli afghani si tratta di un crescente orrore.
Nonostante la loro validità, The War Logs possono contribuire ad alimentare la sfortunata convinzione che le guerre siano un errore solo se non vengono vinte, qualcosa di simile a ciò che provarono i nazisti dopo Stalingrado.
Il mese scorso abbiamo assistito al vergognoso ritiro del general Stanley A. McChrystal, sostituito al comando delle forze degli USA in Afghanistan dal suo superiore, il generale David H. Petraeus. Una probabile conseguenza di questa sostituzione dei vertici sarà una "allentamento" delle norme d'ingaggio, di modo che uccidere civili risulterà più facile, e un allungamento della durata della guerra nella misura in cui Petraeus utilizzerà la sua influenza sul Congresso per raggiungere questo obiettivo.
L’Afghanistan è la principale guerra in corso del presidente Obama. Lo scopo ufficiale è proteggerci da Al Qaeda, un'organizzazione virtuale senza basi specifiche, "una rete di reti" e una "resistenza senza leader", così come la si definisce nella letteratura specializzata. Ora, molto più di prima, Al Qaeda è composta da fazioni relativamente indipendenti e con legami associativi deboli presenti in tutto il mondo. La CIA calcola che in Afghanistan possano essere presenti tra i 50 e i 100 attivisti di Al Qaeda, e non c'è niente che indichi che i talebani desiderino ripetere l'errore di offrire rifugio a Al Qaeda. A quanto sembra, i talebani sono ben radicati su un vasto e difficile territorio, una grande porzione dei territori pashtun.
A febbraio, durante la prima applicazione della nuova strategia (bellica) di Obama, i marines statunitensi conquistarono Marja, un distretto minore della provincia di Helmand, centro principale della resistenza. Una volta insediatisi, da quel che ci informa Richar A. Oppel Jr. del New York Times, "I marines si sono scontrati con una identità talebana così forte da sembrare un'organizzazione politica in un paese a partito unico, con una influenza che raggiunge tutti..."
"Dobbiamo riconsiderare la nostra definizione della parola nemico", afferma il generale Larry Nicholson, comandante della brigata mobile dei marines nella provincia di Helmand. "Qui, la maggior parte della gente si identifica come talebana... Dobbiamo correggere la nostra maniera di pensare per non espellere i talebani da Marja, ma i veri nemici".
I marines si stanno scontrando con un problema che ha minacciato da sempre tutti i conquistatori e che è molto familiare agli USA dal Vietnam in poi. Nel 1969 Douglas Pike, esperto del Governo USA in Vietnam, si lamentava che il nemico, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), "era l'unico partito politico con un'adesione di massa nel Vietnam del Sud".
Secondo l'ammissione di Pike, qualsiasi sforzo di competere politicamente con questo nemico sarebbe stato come affrontare un conflitto tra una sardina e una balena. Per questo motivo, si doveva sconfiggere la forza politica del FLN ricorrendo al nostro vantaggio comparativo, la violenza, con risultati terribili.
Altri si sono scontrati con problemi simili: per esempio, durante gli anni ottanta, i russi, in Afghanistan, quando vinsero tutte le battaglie però persero la guerra.
Bruce Cumings, storiografo specialista dell'Asia all'Università di Chicago, intervenendo su un altra invasione USA, quella del 1989 nelle Filippine, fece un'osservazione che può essere applicata oggi alla situazione afghana: "Quando un marinaio vede che la sua rotta è disastrosa cambia direzione, ma gli eserciti imperiali affondano i propri stivali nelle sabbie mobili e continuano a marciare, anche se in circolo, mentre i politici addobbano il libro di frasi sugli ideali statunitensi".
Dopo la vittoria di Marja, ci si aspettava che le forze comandate dagli USA attaccassero l'importante città di Kandahar, dove, secondo un'indagine dell'esercito, l'operazione militare viene rifiutata dal 95% della popolazione locale e cinque di ogni sei abitanti considerano i talebani come "i nostri fratelli afgani". Ancora una volta risuonano gli echi di una conquista precedente. I piani su Kandahar vennero rimandati, in parte proprio per l'esonero di McChristal.
In queste circostanze non è sorprendente che le autorità degli USA siano preoccupate perché l'appoggio popolare alla guerra in Afghanistan si corroda ancora di più. A maggio Wikileaks rese pubblica un'inchiesta della CIA su come mantenere l'appoggio dell'Europa alla guerra. Il sottotitolo diceva: "Perchè contare sull'apatia probabilmente non sarà sufficiente". Secondo quest'inchiesta "Il basso profilo della missione in Afghanistan ha permesso al leader francese e tedesco di non ascoltare l'opposizione popolare e aumentare gradualmente il loro contributo alle Forze di Sostegno alla Sicurezza Internazionale" (ISAF).
“Berlino e Parigi rimangono al terzo e quarto posto per numero di soldati della ISAF, nonostante l’opposizione dell’80% degli intervistati tedeschi e francesi ad un ulteriore invio di truppe”. È necessario, di conseguenza, “dissimulare i messaggi” per “impedire, o almeno contenere, una reazione negativa”.
Questa inchiesta deve ricordarci che gli Stati hanno un nemico interno: la loro stessa popolazione, che deve essere controllata quando la politica statale trova un'opposizione tra il popolo. Le società democratiche non dipendono dalla forza ma dalla propaganda, manipolando il consenso attraverso "un'illusione necessaria" e una "extrasemplificazione emozionalmente potente”, per citare il filosofo preferito di Obama, Reinhold Niebuhr.
Per questo motivo la battaglia per controllare il nemico interno continua ad essere altamente pertinente. Di fatto, il futuro della guerra in Afganistan può dipendere da questa.
Fonte:http://blogs.publico.es/noam-chomsky/14/ecos-de-vietnam-en-la-guerra-de-afganistan/
traduzione da www.senzasoste.it
in http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7958&catid=45&Itemid=68&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+controlacrisi+%28ControLaCrisi.org%29
| inviato da Notes-bloc il 23/8/2010 alle 22:27 | |
|
|
15 agosto 2010
Questo è un regime che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi del potere.
Vendola: transizione?
"Non per continuare
la macelleria sociale"
di Concita De Gregorio
È un lungo monologo, questo di Nichi Vendola. Possiamo parlare, per prima cosa, del clima di veleni del livello dello scontro? avevo chiesto. Non si è interrotto più. Ha detto di Tremonti e di Prodi, di elezioni anticipate e di Cln, di governi tecnici, di istituzioni a rischio e coalizioni possibili, di sinistra soprattutto, citando - al principio - le parole scritte da Alfredo Reichlin per l’Unità . Di come «liberare il castello dalla presenza di un sovrano ingombrante senza colpi di palazzo o di teatro, misurandosi piuttosto col guasto morale che infetta tutto il regno». Ascoltiamo.
«C’è un clima pazzesco, un’aria irrespirabile. Non pongo la premessa come clausola di stile, ma come problema di cultura politica. Non solo a destra, anche a sinistra quando si manifestano posizioni forse discutibili, magari eccentriche rispetto alla realpolitik si scatena l’intolleranza. Da quando ho posto il tema – ho accettato di assumere su di me la proposta che correva di bocca in bocca, di sguardo in sguardo – parlo della mia candidatura alle primarie, sono stato oggetto di attacchi con risvolti psicanalitici, psichiatrici, sociologici, molti si sono improvvisati miei biografi in un coro tutto sopra le righe, fuori asse. È un problema generale, di tutta la politica, e riguarda il modello di relazioni umane che abbiamo in mente. Discutiamo politicamente delle nostre idee senza dedicare tempo al gioco al massacro, alla brutalizzazione.
Capisco che un gruppo di cattolici integralisti faccia tiro a segno nei miei confronti ma capisco meno una parte della sinistra che si comporta così. Chiedo: chi ha paura del popolo democratico? Il mio invito a non mollare le primarie significa questo: investire sul popolo di centrosinistra del quale i militanti del Pd sono la parte più importante e generosa. Non propongo furbate o giochi d’azzardo. In fondo ogni volta che il ceto politico ha deciso di cedere una quota del proprio potere in favore del processo democratico è stato un fatto straordinario e sorprendente, anche quando l’esito sembrava predefinito. Capisco che ci sia chi preferisce mantenere le rendite di posizione. Due sono le paure che mi pare di scorgere: quella della detronizzazione, e il fatto che la costruzione dei programmi esca così dai circuiti ristretti e diventi collettiva. In parte questo è già accaduto con la Fabbrica del Programma di Romano Prodi. Il politicismo è asfissiante. Se potessimo invece dare parola ai saperi, ai talenti per far parlare la realtà della vita: che modello di ricostruzione si è applicato all’Aquila dopo il terremoto; che intendiamo fare delle risorse idriche; i processi di desertificazione dei bacini del mediterraneo; mettere a confronto modelli formativi... parlare di tv non solo come lotto politico da occupare ma come veicolo della costruzione delle coscienze e dell’immaginario collettivo. Vedo invece un balletto di formule ereditate pari pari dalla prima Repubblica.
Siamo di fronte ad una crisi mondiale, europea e alla dissoluzione del nostro paese. Abbiamo il dovere di alzare lo sguardo, di fare una discussione non legata al culto della contingenza. Se anche un grande realista come Alfredo Reichlin invita a un nuovo, più alto orizzonte, a una nuova antropologia e ci domanda se interessi ancora la sinistra come nicchia e bottega o se non di debba piuttosto riprendere in mano la missione per il destino di un paese... E invece qual è la discussione oggi: chi tra i protagonisti della politica sia vecchio e chi nuovo? La domanda è un’altra: come si fa a liberare il castello dalla presenza ingombrante del sovrano senza misurarsi col guasto morale che infetta tutto il regno? E come si chiude il ciclo del berlusconismo: con un colpo di palazzo o di teatro, o piuttosto con un rendiconto, anche aspro, su ciò che è accaduto nella società? La diatriba su voto subito o governo tecnico, certo. Io non sono in Parlamento, non ho deputati e senatori, faccio un ragionamento politico: se ci fossero le forze e il coraggio per mettere in campo una transizione capace di liberarci di un’ipoteca come la legge elettorale non potrei che brindare e compiacermi del pentimento di chi diceva che il proporzionale è la panacea di tutti i mali.
Ma non accetto l’idea di un governo di transizione che prosegua nel solco di chi ha operato la macelleria sociale di Tremonti. Un patto col diavolo? Il problema è intenderci sulla missione. Bisogna anche considerare il livello del danno, per dirla con Josephine Hart: “Ci si vergogna solo la prima volta”. Questo è un regime che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi del potere a colpi di dossier, di violenza verbale, di menzogne. È il sintomo di una decadenza gravissima: deposita nel Paese uova di serpente. Dunque, il diavolo. Parliamo dell’ipotesi di una grande aggregazione in funzione antiberlusconiana, dunque anche di un cartello elettorale? È in corso lo squagliamento del centrodestra come lo abbiamo conosciuto. Fini è pure espressione di una destra: democratica, sì, europea. Il Cln mi pare un’elucubrazione estiva. Di fonte allo spettacolo del dissolvimento del fronte avverso cosa fa la sinistra intesa come luogo del nesso lavoro-libertà-conoscenza? Lo chiedo con affetto a Bersani. Abbiamo interesse a mettere in campo, dentro questa sinistra, un’agenda di temi e di processi che lasci da parte i giochi delle belle statuine delle tante sinistre, i riformisti e i radicali, gli antagonisti e i moderati? Un gioco che avvantaggia certo le rendite di posizione ma produce paralisi del sistema: è il male che ha già divorato l’Ulivo, non ripetiamolo. La grande alleanza non deve essere l’Arca di Noè che consenta a ciascuno di salvarsi: non lavoriamo per il ceto politico ma per il Paese.
Ho grande affetto per Prodi, temo che in politica non si diano mai secche repliche del passato ma le suggestioni del prodismo, pur con tutti gli errori commessi, ha portato una politica con grandi potenzialità espansive. Se Berlusconi è stato il responsabile della narcotizzazione televisiva, della deresponsabilizzazione di massa il rovesciamento del sistema che ha creato deve partire da un nuovo grande protagonismo democratico. Sono mortalmente stufo delle diatribe simbolico-ideologiche all’interno della sinistra: non hanno più tempo né luogo. Io non mi batto per una sinistra minoritaria, mi batto per vincere. Non bisogna avere paura della nostra gente, allora. È con la nostra gente che vinceremo, insieme a loro e grazie a loro».
"l'Unità", 15 agosto 2010
nichi vendola
| inviato da Notes-bloc il 15/8/2010 alle 22:54 | |
|
|
14 agosto 2010
Nostalgici di carta, penna e calamaio?

| Come si modifica la percezione nell'era virtuale? Due saggi, di Marco Niada e John Freeman |
| |
Alice oltre il video
Tempo (e spazio) nel web |
| |
 |
|
|
Davide Turrini
Non per essere i soliti barbosi e corrucciati contestatori del web, ma sarà capitato a tutti almeno una volta negli ultimi dieci anni, di aver avuto la necessità di staccare la spina. Non una rabbiosa, luddista, distruzione della macchina computer, ma un semplice, invisibile, impercettibile, rifiuto ad accendere il macchinario infernale che da poco più di quindici anni ci collega nell'immediato, e ci permette di comunicare istantaneamente, con ogni angolo del globo. L'autostrada informatica è diventata oramai il mezzo attraverso il quale le nostre esistenze sono state accelerate in maniera sconsiderata. Da ciò si deduce, senza essere necessariamente nostalgici di carta, penna e calamaio, che il web, e la sua massima espressione di invasività come l'e-mail, hanno radicalmente modificato anche solo l'era della diretta televisiva di un ventennio addietro. Con il leggiadro e pericolosissimo obbligo di farci riscrivere le coordinate quotidiane di tempo e di spazio.
Di questo fenomeno tecnologico, filosofico, e infine politico, Marco Niada, con Il tempo breve (Garzanti, pp.192, euro 12), e John Freeman, con La tirannia dell'e-mail (Codice Edizioni, pp. 184, euro 17), hanno perlustrato le fondamenta, gli antenati storici, gli sviluppi presenti e gli scenari futuri. Il primo, corrispondente da Londra tra l'82 e il 2008 per ilSole24ore, ha redatto una sorta di saggio autocritico rispetto ad una realtà, quella della City londinese che lo vedeva coinvolto in prima persona come giornalista economico-finanziario, volata all'impazzata dentro le bolle speculative di Internet (primi anni 2000) e finanziaria tout-court (la temutissima crisi del 2008-2009). Curioso, e lodevole, che chi intervistava indaffarati manager, investitori e banchieri assortiti, primi responsabili di questa sciamannata e frenetica corsa all'oro che ha frantumato e accelerato il concetto basilare del tempo vissuto, si sia ritirato nella pace del monastero benedettino di Ampleforth (Yorkshire) attorno al febbraio 2009, per scrivere un saggio poi intitolato Il tempo breve. E' evidente che più il sole lo si sfiora da vicino più si tende a bruciarsi. Tanto che nell'introduzione, Niada pone alcune considerazioni di ordine etico, prima di ogni altro interessante pastiche storico-filosofico-cronachistico sull'idea di "tempo" passato/presente/futuro che arriverà alle pagine successive: «Lasciavo il Sole con le idee confuse e con la coscienza tormentata: quanto ero stato complice, peccando di superficialità, dovuta anche alla continua mancanza di tempo per verificare un universo finanziario in cui gli eventi acceleravano alla velocità della luce? Quanto ho peccato di sciatta benignità nel descrivere positivamente persone ed eventi che avrebbero invece meritato approfondimenti e giudizi assai più severi?». Paradossale che la risposta di Niada sia proprio per la mancanza di tempo: «il ritmo di lavoro sempre più martellante mi obbligava ormai a tendere verso l'onniscenza, l'onnipresenza e, per certi versi, l'onnipotenza, dato che l'imporsi di Internet e dei nuovi media mi obbligava a esibirmi con crescente inaccuratezza su un numero sempre maggiore di argomenti in tempi sempre più rapidi e serrati su mezzi d'informazione sempre più disparati. Dopo anni di vita frenetica mi era scoppiata con virulenza una crisi di allergia alla velocità».
Da qui una ripartenza morale e materiale dal concetto di tempo "pesante" degli antichi: dalla divisione sessagesimale del tempo da parte dei sumeri (7000 mila anni fa) alle clessidre d'acqua e sabbia in epoca greca; dal calendario di Giulio Cesare (45 a.c.) alla coscienza del tempo moderno fatta risalire ai conventi benedettini del 500 d.c.; dall'orologio che sbuca sulle torri dei palazzi comunali in epoca medioevale, alla rivoluzione industriale con macchine a vapore e congegni meccanici standardizzati di misurazione univoca del tempo. Il tempo breve ha così dapprima la peculiarità dell'excursus storico, seguito dall'analisi dell'unità schizofrenica del tempo contemporaneo (un tempo prima interrotto e frantumato, poi forzato, infine accelerato) e infine conclusa con una feroce disamina dell'attuale iperstimolazione informativa del web. Quell'area semantico-comunicativa dove si sta velocemente erodendo per ognuno di noi la capacità di ricordare e riferire «cosa è importante e cosa accessorio, quali gli eventi significativi, quali i grandi artisti, poeti e inventori», con annessa domanda cruciale per noi critici: «nell'epoca della sovrainformazione ci affideremo come in passato a un esperto, a un critico che ci indichi le ragioni per cui qualcuno o qualcosa abbia valore?». Uno iperspazio culturale e informativo dove originale e copia tendono ad essere confusi; dove si sta consumando la profezia warholiana per cui tutto e tutti sono ugualmente importanti e quindi non lo sono: «la fine dell'attenzione rischia di portare all'offuscamento dell'identità e, con esso, alla fine della memoria».
Al severo monito di Niada, si aggiunge la spumeggiante e profonda considerazione filosofica dell'apprezzato critico letterario americano John Freeman, collaboratore, tra gli altri, di New York Times e The Guardian. Già nella copertina de La tirannia dell'e-mail intravediamo una bimbetta statunitense che sorregge, abbracciandolo per la pancia, un altro bambino biondo proteso a scrutare l'interno di quelle belle cassette per la posta americane a forma di pane da toast. È chiaro che per Freeman questo tourbillon di invia e ricevi, di controllo infinito della posta elettronica ad ogni ora del giorno, ha sostituito biologicamente la calma e curata produzione/attesa della missiva cartacea. Simbolo di una modalità comunicativa bruciata e cancellata, un po' come sosteneva Niada nella formulazione del concetto di "perdita di memoria", l'e-mail ipnotica e tiranna ha modificato strutturalmente velocità e forma della comunicazione più semplice. «L'amplesso simbiotico con la macchina preconizzato dai pionieri dell'informatica è compiuto», scrive Freeman, «ed è la velocità a cui comunichiamo che determina ciò che possiamo fare». Così ciò che ci guadagniamo in velocità del sapere nell'era del web, ce lo perdiamo in profondità e accuratezza: «interrotta ogni trenta secondi, la nostra attenzione viene spezzettata in migliaia di minuscoli frammenti. Alla mente viene di fatto precluso quel senso di profondità grazie al quale germinano le idee e si elaborano le riflessioni più complesse». La tirannia dell'e-mail è un corrosivo e caustico pamphlet sui limiti di un mezzo comunicativo intossicante «come la slot-machine"»con perfino potenzialità dannose per la vista: «l'occhio è strutturato per leggere con la luce naturale e la risposta chimica ad essa regola il sonno e gli umori (…) lo schermo del computer induce, invece, ad un'esperienza di lettura totalmente nuova: anziché cadere su una superficie da cui poi rimbalza, la luce viene proiettata direttamente nei nostri occhi, irraggiata sulle pupille». L'obiettivo dell'intervento di Freeman non è quello di stigmatizzare, pasolinianamente, lo sviluppo dell'era informatica, ma il presunto progresso: «si tratta di capire se esiste un modo per rallentare i ritmi di questa macchina, così da poterne fare un uso migliore e riuscire a mantenere una presa salda nei territori del reale. Diversamente avremo oltrepassato quel ponte che ci teneva nella penombra soltanto per entrare in un'altra, ben più inesorabile oscurità».
"Liberazione", 14/08/2010
|
Marco Niada
John Freeman
| inviato da Notes-bloc il 14/8/2010 alle 22:13 | |
|
|
12 agosto 2010
E' arrivato il momento di rendere chiaro che una alternativa si costruisce sui temi dello scontro sociale
| Precari e sindacati pronti a vigilare. Flc-Cgil: «Scioperi ogni quindici giorni» |
| |
Scuola, mobilitazione
già a pieni giri |
| |
|
Fabio Sebastiani
Un'ora di sciopero ogni quindici giorni, blocco delle attività aggiuntive e, il prima possibile",stati generali" della conoscenza. Per la scuola si annuncia una vera e propria mobilitazione permanente a partire già dal primo giorno. Il "programma minimo" che la Flc-Cgil annuncia a Liberazione è abbastanza chiaro. Ma a mettere una marcia in più alla lotta quest'anno sono anche i precari della scuola. Scottati dal caos delle cosiddette "convocazioni" presso gli Uffici scolastici provinciali (ex- Provveditorati agli studi) nel 2009, per il 27 agosto (a Roma e Bologna per il momento) il Coordinamento precari della scuola ha convocato un "Osservatorio" aperto a tutte le sigle sindacali. Da una parte un segnale politico chiaro, che parla di un settore, quello della scuola appunto, pronto a sperimentare percorsi unitari; dall'altra, un avvertimento al ministero a non dividere il mondo della scuola tra garantiti e non. Per ottobre, il Comitato precari della scuola intende proporre poi una giornata di sciopero unitario. Guerra aperta anche da parte dei Cobas che saranno presenti anche loro negli Uffici scolastici provinciali per impedire l'accettazione di incarichi oltre le 18 ore. La prima settimana di scuola poi porteranno i loro gazebo davanti alle scuole e ai provveditorati. Gli scioperi li decideranno in seguito, intanto nella gestione della scuola promettono di fare una lotta senza quartiere contro i tagli, a cominciare dalla vigilanza sulla riorganizzazione delle classi, e il blocco delle attività di coordinamento.
«Stiamo attivando già da questi giorni la mobilitazione sui precari», assicura Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil. «Tutto il settore della conoscenza a settembre sarà caldissimo». «L'espulsione dei precari - aggiunge - lega la scuola all'Università e alla Ricerca, dove migliaia di precari quest'anno non vedranno rinnovati i loro incarichi».
«Bisogna uscire da questa situazione - continua Pantaleo - rendendo chiaro al paese che c'è una alternativa. E il settore della conoscenza è il riferimento principale. O questo paese torna ad investire sulla conoscenza o la strada alternativa è quella di Marchionne, cioè l'abbassamento dei diritti e del costo del lavoro».
L'idea di mettere in piedi gruppi di vigilanza all'interno degli Uffici scolastici provinciali sembra essere accolta positivamente dalla Flc-Cgil. «In più - aggiunge il segretario generale deI sindacato di categoria della Cgil - nei giorni che precedono l'apertura dell'anno scolastico prevediamo iniziative in tutti i territori con genitori, dirigenti scolastici e tutto il personale della scuola. Il primo giorno di scuola, poi, organizzeremo una assemblea aperta con diffusione di materiale informativo e poi dai primi giorni di ottobre un'ora di sciopero ogni quindici giorni fino a dicembre insieme alla sospensione di tutte le attività aggiuntive e in autunno gli stati generali sulla conoscenza».
«Settembre sarà un punto di riscossa sociale - conclude Pantaleo -. A cominciare da welfare, redditi e occupazione. Questa idea di offensiva sociale più che opposizione sociale deve essere centrale. E' arrivato il momento di rendere chiaro che una alternativa si costruisce sui temi dello scontro sociale».
Non registri, su questo, un certo ritardo da parte della Cgil?
«La Cgil alcune iniziative le ha prese. Si tratta di passare dal carattere difensivo a quello offensivo», risponde Pantaleo. «Occorre ricongiungere ciò che avviene nel sociale ai temi generali», continua. «Per esempio sulla democrazia. Nei comparti pubblici - conclude - c'è il tentativo di non farci votare. Certo, sarà complicato coinvolgere Cisl e Uil perché loro hanno fatto scelte di carattere completamente diverso su questo terreno».
Infine, per quanto riguarda l'emergenza amianto nelle scuole, ieri la ministra Maria Stella ha assicurato che a breve, probabilmente già «da ottobre» partirà un'opera di bonifica nelle scuole italiane. A sollevare il problema era stato il quotidiano il Messaggero che in un'inchiesta aveva denunciato «la scomparsa dei fondi per risanare le scuole dall'amianto». I fondi sono stati messi a disposizione dal Cipe, «sbloccati qualche giorno fa». Si tratta, spiega Gelmini, di «375 milioni di euro», la «prima di tre tranche che alla fine dovrebbe garantirci finanziamenti per 800 milioni di euro». E sarà proprio «il ministero a dare priorità alla rimozione delle strutture a rischio, a occuparsi subito delle 2.400 scuole con presenza di amianto». Quasi pronta anche «l'anagrafe dell'edilizia scolastica», questione «di pochi mesi». Servirà «a mettere davvero in sicurezza le scuole italiane».
"Liberazione", 12/08/2010
|
|
|
22 luglio 2010
GENITORI DI TUTTA ITALIA CHE AVETE A CUORE IL FUTURO DEI VOSTRI FIGLI, TUTTI IN PIAZZA SOTTO LA BANDIERA DI CHI NON CREDE ALLA POLITICA DELLO SFASCIO!
SCUOLA
Le ordinanze emesse il 19 luglio dal TAR del Lazio con le quali si dichiara l'illegittimità delle circolari ministeriali su iscrizioni ed organici - adottate prima dell'entrata in vigore delle necessarie norme di legge - e si sospende il taglio delle ore negli istituti tecnici e professionali, sono veri e propri macigni sui provvedimenti con i quali i ministri Gelmini e Tremonti stanno devastando la scuola pubblica.
In entrambi i casi, i pronunciamenti della giustizia amministrativa rendono impraticabile l'attuazione dal prossimo 1° settembre del cosiddetto “riordino” della scuola superiore.
Non ci illudiamo che il governo faccia l'unico atto sensato per ridare un minimo di serenità agli studenti, ai genitori e ai lavoratori della scuola: sospendere a tempo indeterminato l'attuazione della controriforma, come richiesto dal vasto movimento di opposizione che si è sviluppato nelle scuole e nel paese.
Occorre quindi riprendere con più forza l'iniziativa, a partire dai primi giorni del prossimo anno scolastico, collegando le tante mobilitazioni locali e dando vita ad un movimento di massa che si ponga l'obiettivo di difendere la qualità della scuola della Costituzione. Da questo punto di vista, la manifestazione di ottobre indetta dalla Fiom può costituire una occasione importante per saldare le lotte del mondo del lavoro in difesa dei diritti con la battaglia di civiltà in difesa della scuola pubblica.
Anche le istituzioni democratiche, a partire dalle Regioni, possono svolgere un ruolo importante, a condizione che superino le esitazioni di quest'ultima fase e assumano come proprio compito la rappresentanza, in tutte le sedi, degli interessi dei cittadini pesantemente colpiti dagli interventi governativi nel fondamentale esercizio del diritto allo studio.
Alle forze politiche spetta invece il compito di sostenere le mobilitazioni e le lotte e di dar voce all'opposizione sociale nel paese e nelle istituzioni, senza ambiguità di sorta. È un impegno che come PRC intendiamo assumere fino in fondo.
Eleonora Forenza, segreteria nazionale Prc-Se
Vito Meloni, responsabile scuola Prc-Se
UNIVERSITA'
notizie dall'Associazione Nazionale Docenti Universitari - ANDU -
Date: Wed, 21 Jul 2010 18:48:56 +0200
From: ANDU <anduesec@tin.it>
To: (Recipient list suppressed)
Subject: A Palermo - PD "complice"? - Emendamenti - Rettore contro CRUI |
|
| |
Sommario:
1. PD "complice"?
2. Emendamenti al DDL
3. Rettore contro CRUI
4. Documento della CGIL
5. A Padova
6. A Palermo
7. A Torino
8. A Messina
9. A Perugia
10. A Napoli
= SEGNALIAMO:
1. PD "complice"? Il Manifesto ospita un intervento di Renato Nicolini che
critica duramente le posizioni del PD sul DDL. Il Manifesto preferisce
titolare l'intevento con "Lo sfascio voluto dalla Gelmini, 'complice' il
PD". Definendo il PD complice (e per giunta tra virgolette) il Manifesto
continua a non volersi arrendere al fatto che il PD (e le sue precedenti
'versioni') ha in prima persona elaborato e applicato negli anni la linea
di demolizione dell'Universita' statale: finta autonomia finanziaria e
statutaria, svuotamento del CUN, finti concorsi locali, disastroso "3 + 2".
Per quanto riguarda il DDL, il PD l'ha costruito 'collaborando' nel 2003
alla stesura della posizione della "lobby trasversale" della
confindustriale Treellle, presentando conseguentemente nel 2006 il DDL
sull'Agenzia di Valutazione e piu' recentemente il DDL che anticipa i
contenuti di quello governativo, attravesro le dichiarazioni
pro-Confindustria del Vice-segretario e quelle 'incolori' del Segretario e
con gli emendamenti e i comportamenti 'responsabili' al Senato.
Per leggere l'intervento di Nicolini (v. Aggiornamento del 21.7.10 a) e le
posizioni e i DDL del PD (v. Aggiornamento del 25.5.10) cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/15/crociata-confindustria/
2. Emendamenti al DDL. L'Aula del Senato comincerà il 22 luglio 2010 la
discussione del DDL che sara' votato entro il 6 agosto 2010. Sugli
emendamenti del Relatore un articolo sul Sole 24-ore on-line.
Per leggere l'articolo (v. Aggiornamento del 21.7.10 b) cliccare
http://www.andu-universita.it/2010/04/15/crociata-confindustria/
3. Rettore di Padova contro la CRUI. La CRUI “a detta del rettore Zaccaria,
(e') ’rea’ di aver dato fiducia a 360 gradi al disegno di legge Gelmini e
alla manovra correttiva che ‘rischia di dare il colpo di grazia
all’istruzione e alla ricerca” (dall’ articolo “Bo, il rettore al megafono
‘La protesta continuera'’”, sul Corriere del Veneto del 20 luglio 2010).
Sulla protesta a Padova un ampio articolo sul Sole 24-ore on-line.
Per leggere gli articoli cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/13/a-padova/
4. Documento della CGIL contraria alla messa ad esaurimento dei ricercatori
e al precariato.
Per leggere il documento (v. Aggiornamento del 21.7.10 c) cliccare
http://www.andu-universita.it/2010/04/15/crociata-confindustria/
5. A Padova. Mozione del CDF di Ingegneria del 15 luglio 2010:
"•delibera di sospendere i Manifesti degli Studi già approvati nella seduta
del 29 aprile 2010;
•chiede il rinvio delle pre-immatricolazioni a una data successiva al
Consiglio di Facolta' che sara' convocato in seduta straordinaria
all’inizio di settembre;
•chiede l’abolizione delle prove di accesso già calendarizzate;
•chiede di ritardare l’inizio delle lezioni del nuovo Anno Accademico."
Per leggere la mozione cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/13/a-padova/
6. A Palermo. Mozione del CdF di Ingegneria del 19 luglio 2010: il CdF
“prende atto che l’attuale grado di copertura delle materie – in
conseguenza delle mancate disponibilita' dei docenti in relazione allo
stato di agitazione in atto – non consente il regolare avvio delle attività
didattiche secondo il calendario didattico approvato.”. Esami in strada:
articolo su Repubblica di Palermo del 20 luglio 2010.
Per leggere la mozione e l'articolo cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/03/18/a-palermo/
7. A Torino. Universita' verso il rinvio dell’inizio dell’anno accademico:
articolo su Repubblica di Torino del 20 luglio 2010.
Per leggere l'articolo cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/03/a-torino/
8. A Messina. Documento del CdF di Lettere dell’8 luglio 2010. Intervento
della delegata del movimento dei ricercatori alla II Giornata della Ricerca.
Per leggere il documento e l'intervento cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/
9. A Perugia. “A rischio i corsi in nove facolta'”: articolo sul Corriere
dell’Umbria del 21 luglio 2010. Comunicato stampa sull’Assemblea di Ateneo
del 20 luglio 2010: protesta contro DDL e Manovra finanziaria. Mozione
dell’Assemblea di Scienze del 16 luglio 2010: contro DDL e Manovra
finanziaria verso il blocco degli esami autunnali.
Per leggere l'articolo, il comunicato e la mozione cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/29/a-perugia/
10. A Napoli. “Scatta il boicottaggio dei corsi”: articolo sul Mattino del
20 luglio 2010.
Per leggere l'articolo cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/06/28/a-salerno/
===========================
= per ricevere notizie dall'ANDU: inviare una e-mail ad anduesec@tin.it con
oggetto "notizie ANDU"
== I documenti dell'ANDU sono inviati a circa 16.000 Professori,
Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.
====== Sito dell'ANDU (www.andu-universita.it):
= le notizie aggiornate sugli Atenei si trovano (in ordine alfabetico)
nella colonna a sinistra della home page del sito;
= e' possibile inviare commenti ai documenti e agli interventi gia'
pubblicati e proporre nuovi interventi;
= per ricevere in tempo reale l'avviso di nuovi articoli o di nuovi
commenti e' sufficiente inserire la propria e-mail nell'apposito spazio (in
alto a sinistra);
= per iscriversi all'ANDU cliccare:
http://www.andu-universita.it/come-aderire/ |
|
|
18 luglio 2010
Ma come è possibile agire in tal modo?! Gesto provocatorio!!!
di Maristella Iervasi
Agli studenti di eCampus mail del rettore: «Lunedì visita di Berlusconi. Abiti formali». E ignora la protesta degli Atenei pubblici.
|
|
17 luglio 2010
«La situazione dei diritti umani nel mondo»(2010)
Troppe le differenze nel villaggio globale
di Margherita Hack
Amnesty International ha pubblicato in questi giorni il rapporto 2010 su «La situazione dei diritti umani nel mondo». Sono presi in esame 159 paesi nei cinque continenti, o più in dettaglio si sono considerate le grandi regioni dell’Africa subsahariana, del Medio oriente e Africa del Nord, le due Americhe, Asia e Pacifico e Europa e Asia Centrale.
Per ogni paese si prende in esame la situazione dei diritti umani per quanto riguarda il razzismo e le discriminazioni, le torture e altri maltrattamenti, le violenze contro le donne, i comportamenti della polizia, il grado di istruzione della popolazione adulta, la mortalità infantile e l’aspettativa di vita.
Per rendersi conto delle spaventose differenze fra i cosiddetti paesi in via di sviluppo e i paesi industrializzati, nei primi l’aspettativa di vita è compresa fra i 45 e i 55 anni, con qualche rara eccezione che arriva ai 60 anni, mentre in Europa supera sempre i 70 anni. Purtroppo anche nei paesi più sviluppati non mancano le violenze e gli stupri di donne e ragazze, i pregiudizi e le discriminazioni contro gli omosessuali, gli abusi da parte della polizia, anche se queste violazioni dei diritti umani sembrano aumentare in modo proporzionale al peggioramento delle condizioni generali di vita. L’alfabetizzazione degli adulti nell’Africa subsahariana è spesso inferiore al 30% e raramente supera il 60% contro valori sempre superiori al 90% del mondo industrializzato; quale prova più evidente dell’importanza della cultura per il progresso di un paese e per dare ai cittadini modo di difendersi dai soprusi dei potenti.
Passando rapidamente in rassegna le condizioni generali delle cinque grandi aree considerate di quello che oggi si chiama il villaggio globale, si resta sgomenti di fronte alle enormi ingiuste differenze fra paesi di una stessa area, ma soprattutto quando si considera il livello di vita, di democrazia e di libertà degli abitanti di Europa, Giappone e America del Nord rispetto al resto del mondo, dove vive la maggior parte della popolazione. È fonte di speranza la vitalità di grandi paesi come India, Cina, Brasile, ma di sconforto l’incapacità dei paesi africani di sottrarsi alle continue guerre tribali, all’oppressione di dittatori violenti e sordi davanti ai bisogni delle loro popolazioni.
Non si potrà davvero parlare di villaggio globale fino a quando ci saranno queste macroscopiche differenze di condizioni di vita. È un compito immane per Amnesty International a cui i paesi più fortunati hanno il dovere di collaborare.
"l'Unità", 15 luglio 2010
Amnesty International
Diritti
| inviato da Notes-bloc il 17/7/2010 alle 16:48 | |
|
|
10 luglio 2010
Baby consumatori. Come il mercato compra i nostri figli (Nuovi Mondi, pp. 335, euro 14,50), realizzato in Gran Bretagna da Ed Mayo e Agnes Nairn
| Da acquirenti a "commessi viaggiatori" dei loro giochi. La denuncia in un libro di Ed Mayo e Agnes Nairn |
| |
| A sette anni, scuola, sport e l'ossessione di vendere |
| |
|
Vittorio Bonanni
Bambini, anello debole di quella grande catena di consumatori che è alla base dell'esistenza del capitalismo e che, negli ultimi decenni, ha assunto un ruolo ancora più centrale. Non è certo una novità che i più piccoli siano un punto di riferimento importante per un determinato settore industriale ma questa volta le cose sono cambiate e in maniera drammatica. Lo racconta bene, con dovizia di particolari, Baby consumatori. Come il mercato compra i nostri figli (Nuovi Mondi, pp. 335, euro 14,50), realizzato in Gran Bretagna da Ed Mayo e Agnes Nairn, rispettivamente opinionista su riviste sociali ed economiche nonché direttore generale dell'associazione di consumatori Consumer Focus; e ricercatrice universitaria e scrittrice oltre che membro della commissione governativa istituita dal Department of Children, Schools and Families britannico. I due si sono conosciuti grazie ad un'economista radicale di Boston, Juliet Schor. Agnes, mentre si trovava isolata sulle Alpi, al confine italo-francese e presa dalla lettura di una ricerca appunto di Juliet sulla salute mentale dei bambini e sul loro coinvolgimento come consumatori, chiese proprio alla sua amica se qualcuno si stesse occupando dello stesso problema. Immediatamente uscì fuori il nome di Ed e così l'incontro tra i due ha prodotto questo libro. Ciò che si evince dalla lettura del testo non è tanto o soltanto che i bambini acquisterebbero tutto ciò che trovano esposto nelle vetrine o mangerebbero "cibi spazzatura" spacciati per alimenti sani. Certo, anche questo. Ma quello che sorprende e naturalmente indigna è invece il reclutamento da parte delle più altisonanti industrie del giocattolo anche di bambini e bambine di appena sette anni per la promozione e la vendita dei loro prodotti! Sì, proprio così, un vero e proprio coinvolgimento finalizzato alla vendita con tanto di provvigioni e realizzato, immaginiamo noi, con l'accondiscendenza di genitori sempre più passivi.
Il volume inizia raccontando la storia di Sarah. Una ragazzina brillante e vivace, piena di impegni settimanali, dalla danza alla ginnastica fino agli scout oltre che naturalmente la scuola. Talmente vivace che non è sfuggita agli occhiuti funzionari della Mattel, affermata industria del giocattolo creatrice della bambola Barbie. «E' stata così reclutata attraverso la chat room di un sito per bambini - scrivono gli autori nell'introduzione - per lavorare come venditrice del lettore MP3 firmato Barbie». Si tratta di un lavoro duro ed impegnativo: Sarah deve portare sempre con sé questo lettore, a scuola, in palestra, insomma dovrà diventare una sua appendice perché non potrà perdere neanche un momento della sua vita per tentare di convincere i suoi amici, o meglio amichetti visto che appunto ha solo sette anni, a comprare quell'oggetto senza il quale praticamente sembra impossibile vivere. Nel Regno Unito i bambini che vivono questa condizione, assolutamente anomala per la loro età, non sono certamente tanti, o ancora non lo sono. Ma diverse sono le bambine impegnate come la loro coetanea e fino agli undici anni di età a promuovere il lettore, mentre i maschietti si occupano di far conoscere le famose Hot Wheels, le macchinine velocissime. Chi scrive confessa la propria ignoranza sulla diffusione di questo fenomeno inquietante anche in Italia. Certo, da sempre i più piccoli costituiscono un mercato potenzialmente enorme, in quanto consumatori per definizione o almeno cresciuti come tali, come documenta bene il libro di Paolo Landi Manuale per l'allevamento (Einaudi, pp. 80, euro 6,71), uscito una decina di anni fa. Ma da qui a farne dei piazzisti ce ne corre, anche se a pensarci bene sembra essere questa una naturale evoluzione di uno scenario nato in un'era dove il profitto a tutti i costi ha assunto i connotati di una religione del nuovo millennio. Il libro di Mayo e Nairn si sofferma sull'entità del fenomeno anche fuori da Londra e dintorni: «L'aumento dei piccoli consumatori non si limita certo al Regno Unito, o agli Usa. Si tratta, al contrario, di un fenomeno globale. La stessa tendenza è riscontrabile in ogni paese europeo. Persino in Cina, i consumatori più giovani sono rappresentati dai 312 milioni di bambini di età inferiore ai 15 anni.»
Un grande equivoco è quello che emerge da un universo così caratterizzato, così connotato: «Un mondo dominato dalle logiche di mercato - scrivono i due ricercatori - trasmette ai bambini l'idea che "avere" equivalga a "essere felice", ma questa convinzione si trasforma in una promessa non mantenuta. Il gioco del Re Gioiello contribuisce a raccontare la storia, passata da orale a scritta nel corso delle generazioni, della differenza tra ciò che costa e ciò che conta, e dei rischi che si corrono desiderando sempre di più.»
Ma come si può reagire a questo fenomeno che, al pari di una massa gelatinosa che si insinua ovunque, rischia di permeare ogni aspetto della vita quotidiana fin dalla più giovane età?
Al di là di un mondo che avrebbe bisogno di essere trasformato alla radice e che come si presenta adesso non aiuta affatto chi vuole mettere un argine a questa deriva consumistica che colpisce i più piccoli e li sfrutta, è evidente che a partire dalla famiglia per finire alla scuola dei percorsi per limitare i danni devono essere trovati, individuati. Intanto c'è un senso civico, una voglia di ribellarsi che spinge i giovani a reagire comunque. Lo conferma sempre in Gran Bretagna la loro partecipazione al movimento creato dal marchio equo e solidale Fairtrade. Oltre 1800 scuole si sono iscritte per trasformarsi in centri d'azione di questo marchio e nel 2006, ricordano Ed e Agnes, «David Williams, Samantha Aspinall e Emma Kinley di Liverpool, tutti di età compresa tra gli 11 e i 12 anni, si sono uniti ad altri 400 scolari per elaborare un Manifesto del cioccolato cioè una serie di richieste a favore di un trattamento più equo per i nuclei familiari produttori di cioccolata». Si tratta di un impegno importante, anche perché sottointende un'analisi di tipo economico non proprio frequente a quell'età. Proprio per questo se si arriva a dei risultati la soddisfazione dei ragazzi è maggiore in quanto sono consapevoli che, in prima persona, si stanno battendo contro un'ingiustizia. La loro immagine dunque cambia completamente e da consumatori passivi o solo apparentemente attivi, diventano degli attori della trasformazione. Naturalmente questo non può succedere ovunque. Ci vogliono, intorno a questi ragazzi, famiglie sensibili e scuole altrettanto attente a questi temi. Ma si può agire, consiglia questa sorta di manuale di sopravvivenza al consumismo, anche sensibilizzando i bambini sul valore del denaro, sull'importanza di gestirlo con intelligenza. Serve insomma una sorta di pianificazione e un coinvolgimento dei propri figli sui problemi economici della famiglia: «Può essere impegnativo spiegare come gestire il denaro e pianificare le spese mostrando come vi mantenete informati sui movimenti del vostro conto bancario e prelevate i contanti - spiegano gli autori - però i ragazzi arriveranno a considerare tutto questo un'abitudine, e comprenderanno che a volte è opportuno rinunciare ad acquistare e consumare per rivolgere la propria attenzione ad altre priorità». Dopo il quadro spaventoso delineato all'inizio Baby Consumatori si conclude invece lasciando aperta la speranza che qualcosa può cominciare a cambiare anche lavorando giorno dopo giorno insieme con i propri i figli.
"Liberazione", 10/07/2010
|
|
|
8 luglio 2010
Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo.
| L'attuale tendenza a distruggere la cultura non apre alcuna prospettiva di sviluppo per la collettività |
| |
L'arte può salvare il mondo?
Un interrogativo giocoso ma non troppo |
| |
|
Roberto Gramiccia
"La bellezza salverà il mondo", dall' Idiota di Dostojeskij, è una frase che ha fatto epoca. Recentemente mi è capitato, parlando con Nunzio, lo scultore del gruppo di San Lorenzo, di chiedergli se l'arte secondo lui può salvare il mondo. Lui ha risposto laconico: «se lo chiedi agli artisti, ti diranno di si». Ora, ammesso che esista un rapporto fra arte e bellezza, se Nunzio ha ragione - e io credo di si - evidentemente è diffusa l'opinione che l'arte (la bellezza) può rappresentare, in una situazione di universale degrado spirituale ambientale economico etico e politico, una speranza concreta di salvezza.
Esprimere un'opinione su questa questione non è inutile dal momento che solo una concezione del mondo volgare, meccanicistica ed economicistica può sorvolare sull'importanza fondamentale dell'esperienza estetica di ciascuno e di tutti.
Non è la stessa cosa vivere immersi dentro un paesaggio alpino o a contatto con una natura vivificata dai benefici di un mare incontaminato oppure sopravvivere in un quartiere degradato di Casal del Principe controllato dal clan dei casalesi. A parte quelle naturali, esistono bellezze che, secondo l'insegnamento di Platone, rifletterebbero sempre e comunque la bellezza della natura, come accade per l'arte. Naturalmente questa visione ce la siamo messa alle spalle da un bel po'. Oggi nessuno si azzarda a sostenere che l'arte debba copiare la natura. Anzi nessuno sostiene nemmeno che debba avere a che vedere necessariamente con l'idea del bello, ammesso e non concesso che ne esista una diffusamente condivisa.
Ma non è del rapporto arte bellezza che vogliamo parlare, quanto piuttosto della questione della presunta funzione palingenetica di essa, una funzione capace di riscattare il mondo e l'umanità da un destino mortifero che oggi appare se non inevitabile almeno significativamente possibile.
Ora, sull'arte si sono dette e si dicono una quantità di cose, alcune delle quali retoriche e ancora appiccicosamente postromantiche. Alcune invece ciniche, aride e sin troppo spregiudicate. E così c'è ancora chi parla dell'artista demiurgo, guidato dagli dei, come c'è chi si fa portavoce dei principi ispiratori della business art di Wahrol, secondo il quale il quadro più bello è quello che costa di più.
Personalmente sono convinto dell'importanza fondamentale dell'arte, così come della necessità che essa sia concretamente patrimonio comune. Ma non credo che essa salverà il mondo. Sostenerlo significa non accorgersi della dipendenza dell'arte dall'economia e dal potere. Una dipendenza che da quando esistono le classi sociali c'è sempre stata e sempre ci sarà, fatta salva quell'autonomia possibile che gli artisti più capaci riescono nonostante tutto a ritagliarsi.
Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo. Oggi più che mai il suo sottostare al modo di produzione capitalistico e al senso comune espresso dalle classi egemoniche appare come una realtà pressoché immodificabile. La nostra epoca più di altre dimostra un tasso di soggezione alle leggi del profitto, declinate secondo la grammatica e la sintassi della comunicazione di massa e della tecnologia, che non ha precedenti.
Ma c'è di più. C'è che le classi dominanti hanno interesse a distruggere la cultura per ridurre la possibilità di formazione del dissenso. Non mettono la camicia di forza solo all'arte, distruggono le università, dominano i destini della scienza, mercificano la medicina, addomesticano gli intellettuali, mettono in ginocchio chi ancora si ostina ad esprimere libere opinioni. Insomma esprimono spregiudicatamente la loro "egemonia senza egemonia" e cioè una capacità di dominio che, non solo non apre prospettive di sviluppo, ma entra in contrasto clamorosamente con gli interessi collettivi materiali e immateriali. Rompere queste catene non è cosa che si può fare con un capolavoro, fosse anche una nuova Guernica.
Detto questo, però, non si può non riflettere sul fatto che l'accanimento contro la cultura e l'arte di cui il nostro attuale governo rappresenta un esempio quasi di scuola, più o meno consapevolmente, rivela un odio di classe fondato sull'idea che la capacità di distinguere il bello dall'osceno, l'arte dalle barbarie estetiche, la cultura dal ciarpame comunicativo vada combattuta e se possibile soppressa per condannare alla definitiva ignavia se non alla complicità oggettiva masse di popolo sconfinate.
Se ci pensate, che cosa c'è di più brutto - dico proprio esteticamente - dell'ingiustizia. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la fame, lo strazio e la morte dei diseredati sono più insopportabili se oltre ad una angolazione etica, se ne usa anche una estetica. Non è per caso che queste due parole si somigliano tanto.
Senza arrivare agli eccessi di un "dandysmo" alla D'Annunzio, non è difficile immaginare che una società civile colta e raffinata, e quindi adusa a praticare l'arte, non sopporterebbe tanto facilmente ciò che oggi sopporta e addirittura sostiene. E non mi riferisco solo al fenomeno delle cultura del berlusconismo ma ad un mondo che va ben al di là, investendo un modello di società, quella capitalistica, che sta mostrando i segni di una crisi (anche estetica) inarrestabile.
Ecco perché fra i ceti sociali che ancora si oppongono a questa deriva. anche se in maniera insufficiente e contraddittoria, ci sono quelli mediamente più colti. Penso che si debba dirlo con semplicità: è veramente difficile che una società dove esista una familiarità con l'arte possa sopportare lo spettacolo indecente fornito dalle esternazioni della nostra classe dirigente. Ecco perché la cultura è un prerequisito essenziale della coscienza di classe.
Fra le ragioni che spingono proletari e sottoproletari a votare Berlusconi, infatti, non c'è forse anche una sorte di rassegnazione estetica, una voglia di adeguarsi ai modelli proposti dalla televisione? Sicuramente sì. C'è soprattutto questo.
Ecco che si ripropone la questione dell'egemonia. Su questo piano la borghesia ha vinto ma dando di sé, a partire dalla fine degli anni Settanta, veramente il peggio. A differenza di altri periodi storici in cui mentre esercitava il proprio dominio svolgeva anche una funzione progressiva.
Questo "peggio" l'arte e la sua diffusione potrebbero smascheralo senza fare proclami ma semplicemente mostrando se stessa. L'arte quando è autentica è oggettivamente edificante, stimola e migliora la sensibilità, suscita ribrezzo per la volgarità. E la sopraffazione dell'uomo sull'uomo non è solo ingiusta e odiosa è anche volgare, anzi oscena. Per questo penso che l'arte, anche se non salva il mondo, può aiutare chi vuole trasformarlo. Personalmente se dovessi contribuire a dirigere la scuola quadri di un ipotetico nuovo partito rivoluzionario oltre, che di Marx, di Lenin e di Gramsci, parlerei anche di Antonello da Messina.
"Liberazione", 08/07/2010
|
Arte
Potere
Ingiustizia
Cultura
| inviato da Notes-bloc il 8/7/2010 alle 21:20 | |
|
|
5 luglio 2010
Nichi Vendola al Paese
Cinque risposte da Nichi Vendola
di Camilla Furia
1. Manovra economica
In Italia abbiamo toccato quota 120 miliardi di euro di evasione fiscale e 60 miliardi di corruzione. E il Governo si accanisce sul mondo degli invalidi e su chi si stava affacciando alla finestra per andare in pensione.
2. Lavoro pubblico
Il Governo si accanisce sui lavoratori statali che prendono 1.200 euro al mese. Si accanisce sul welfare. Mette le dita negli occhi dei più poveri.
3. Recessione
Questa manovra è terribilmente iniqua e recessiva perché non chiama in causa i grandi patrimoni, le grandi rendite.
4. Crisi
Questa crisi che il Governo Berlusconi nasconde da due anni, ma che l’Istat ha ben fotografato, quando terminerà avrà lasciato sull’asfalto una vittima; un’intera generazione che rischia di non trovare più una collocazione nel mondo produttivo.
5. Deporre le armi
Le dispute introspettive all’interno delle tante sinistre non hanno più senso. Bisogna deporre le armi di una contesa intestina e nevrotica per armarsi d’intelligenza e capire il perché della sconfitta civile, culturale e sociale della sinistra per mettere in piedi il cantiere dell’alternativa a un berlusconismo che declina ma che può fare ancora molti danni al Paese.
"l'Unità", 05 luglio 2010
|
|
2 luglio 2010
50° Anniversario della battaglia di Palermo
Il 2-3-8 luglio a Palermo un convegno di due giorni e una manifestazione celebrativa dedicata alla memoria e all’attualità in occasione del 50° anniversario della sollevazione popolare che nel 1960 sconfisse in Italia il tentativo di restaurazione fascista portato avanti dal governo Tambroni. Interverranno tra gli altri i familiari di Francesco Vella, una delle vittime palermitane, i genitori di Stefano Cucchi e Haidi Giuliani.
Il bilancio dell’8 luglio ‘60 a Palermo fu di 4 morti, 400 fermati e 71 arrestati.
La manifestazione in occasione del 50° anniversario di quegli eventi è promossa dal circolo “Francesco Vella” di Rifondazione comunista, intitolato alla memoria di uno dei caduti dell’8 luglio 1960. Francesco Vella, operaio edile di 42 anni, iscritto alla Fillea CGIL di Palermo e militante del Partito Comunista si era tra l'altro distinto nel contrasto al caporalato nei cantieri edili, piaga diffusissima in città.
Il programma delle iniziative prevede, oltre ad un approfondimento storico attraverso un Convegno che si terrà il 2 e 3 luglio presso la Biblioteca comunale di Palermo (piazza Casa Professa), una speciale rievocazione itinerante dei fatti, l’8 luglio sera, che ha come obiettivo il recupero della memoria e la restituzione ai cittadini di un frammento significativo della storia di Palermo.
Il convegno del 2 luglio avrà come relatori storici (Prof. Giuseppe Carlo Marino, Prof. Tommaso Baris, Prof. Fabrizio Loreto), studiosi, testimoni e persone da sempre impegnate nel recupero della memoria (Nicola Cipolla, Angelo Ficarra, Ottavio Terranova, Francesco Tarantino).
Un momento solenne chiuderà i lavori del 2 luglio attraverso la consegna di una medaglia alla memoria ai familiari di Francesco Vella e l’esibizione del Coro dell’Università e dell’ERSU di Palermo diretto dal Maestro Pietro Gizzi.
Il convegno del 3 luglio “Da Genova a Palermo: lotte sociali e democrazia (1960-2010)” verterà sulla repressione ieri e oggi e avrà tra i relatori: Haidi Giuliani, i familiari di Stefano Cucchi, Fulvio Vassallo Paleologo, Pietro Milazzo, Tony Pellicane, Loriana Cavaleri. Concluderà i lavori del convegno il responsabile dell’osservatorio nazionale sulla repressione di Rifondazione Comunista: Italo Di Sabato
Durante la manifestazione celebrativa con banda musicale e rappresentazione teatrale itinerante a cura dell’Associazione “Spazio aperto”, regia di Nicola D’Ippolito (concentramento a piazza Castelnuovo, ore 20.00) di giorno 8 luglio verranno deposte delle corone di alloro nei luoghi in cui furono uccisi l’8 luglio 1960 Rosa La Barbera (53 anni), Andrea Gangitano (19 anni), Francesco Vella (45 anni), Giuseppe Malleo (15 anni), e verrà affissa una lapide lungo il percorso del corteo.
Hanno aderito all’iniziativa: ANPI – Palermo; il CEPES; la FILLEA CGIL Sicilia; la FILLEA CGIL Palermo; CGIL FLC Sicilia; la CAMERA DEL LAVORO di Palermo; la FONDAZIONE DI VITTORIO.
|
|
1 luglio 2010
"La tragedia - scriverà Pasolini - è che non ci sono più esseri umani"!
Magari le lucciole
di Pasolini torneranno...
a dispetto dei pessimisti |
| |
 |
|
P.P.P.
|
Tonino Bucci
Nove mesi prima di finire assassinato su una spiaggia di Ostia Pasolini aveva pubblicato sul Corriere della Sera un articolo sulla situazione politica dell'epoca. Non una di quelle esibizioni di retorica sui leader di Palazzo che vanno tanto di moda sui giornali di oggi. L'articolo (datato primo febbraio) aveva per titolo Il vuoto del potere in Italia ma tutti i lettori pasoliniani lo ricordano come l'articolo sulla scomparsa delle lucciole . Oltre la metafora poetica si cela uno sguardo sferzante, profetico, persino disperante sulla società italiana. L'articolo è un lamento funebre o, se si vuole, il suicidio di un amore che fino a quel momento il poeta aveva nutrito per un'Italia ritenuta capace di resistere al Potere, al conformismo, al neocapitalismo. Pasolini aveva amato - spasmodicamente, non è una forzatura - l'Italia popolare, nei gesti, nella mimica, nei dialetti, persino nel corpo della quale aveva intravisto il perdurare di culture e miti arcaici che mai e poi mai - sperava - avrebbero ceduto di fronte all'ondata disumanizzante del consumismo. L'Italia contadina, quella dei sottoproletari, dei borgatari, delle tante Napoli da terzo mondo non ancora conquistate alla modernità neocapitalistica, delle culture popolari, comunista e cristiana.
Ecco quel che scriveva Pasolini, quel giorno sul Corriere : «Nei primi anni Sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo abbastanza straziante, del passato)». Può sembrare un testo evocativo, l'esercizio stilistico di un poeta che per descrivere l'Italia ormai industrializzata giochi a civettare con l'ecologismo. E invece no, non c'è nessuna intenzione di addolcire la violenza di un fenomeno che agli occhi di Pasolini sta avendo effetti molto più devastanti del fascismo, quello del ventennio. Dissimulata sotto la crescita del benessere il consumismo sta cambiando la pelle e i corpi degli italiani, persino il loro modo di desiderare. «Il fascismo - continua Pasolini - proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è completa».
Sono passati venticinque anni ma la carica profetica rimane invariata, oggi come allora. Un filosofo francese, studioso di teorie del visuale, di figuratività e di immagini, ha pensato di dedicargli un libro. Parliamo di Georges Didi-Huberman, autore di Come le lucciole (Bollati Boringhieri, pp. 112, euro 16), un saggio disincantato, privo di illusioni rispetto al buio (o se si preferisce alla luce accecante) dei tempi che viviamo, quasi un pamphlet, a giudicare dal sottotitolo Una politica delle sopravvivenze .
Le lucciole compaiono nell' Inferno dantesco, ventiseiesimo canto, per la precisione, quello in cui Dante relega i politici corrotti dell'epoca, i notabili fiorentini, attorniati da fiammelle che paiono lucciole, appunto. Pasolini, quando è ancora uno studente universitario, riprende e capovolge la metafora. Sono i giorni e le notti di fine gennaio 1941. Ci sono i potenti riflettori della propaganda puntati sul Capo, su Mussolini, una luce accecante che impedisce ogni altra visione. Ci sono anche i fari delle torri di guardia che danno la caccia al nemico nell'oscurità dei campi. «E' un'epoca in cui i consiglieri fraudolenti (quelli raccontati da Dante, ndr ) sono in piena gloria luminosa, mentre i resistenti di ogni sorta, attivi o "passivi", si trasformano in lucciole fugaci, costrette a emettere i loro segnali nella maniera più discreta possibile. L'universo dantesco è dunque capovolto: ormai è l'inferno a essere in piena luce, con i suoi politici corrotti, sovraesposti, orgogliosi. Le lucciole, invece, tentano come possono di sfuggire alla minaccia, alla condanna che ormai colpisce la loro esistenza». Troppo scontato leggervi un'analogia col presente. Per quel riguarda il giovane studente Pasolini, le lucciole sono l'immagine a intermittenza dei corpi innocenti, amorosi, vitali. «Tutta l'opera letteraria, cinematografica e persino politica di Pasolini sembra attraversata proprio da questi momenti di eccezione in cui gli esseri umani diventano lucciole - esseri luminescenti, danzanti, erratici, inafferrabili e, come tali, resistenti - sotto il nostro sguardo meravigliato». L'innocenza ha il volto e il corpo, ad esempio, di Ninetto Davoli che si muove aggraziato per le vie affollate di Roma (nella Sequenza del fiore di carta , del 1968). Ma Dio alias il Potere non gradisce gli innocenti. «L'innocenza è una colpa, l'innocenza è una colpa, lo capisci? E gli innocenti saranno condannati, perché non hanno più il diritto di esserlo. Io non posso perdonare chi passa con lo sguardo felice dell'innocente tra le ingiustizie e le guerre, tra gli orrori e il sangue».
Il potere non è nelle vuote stanze del palazzo democristiano - o nei Berlusconi, nei Fini, nei Casini. Il vero Potere è nell'apparente libertà di tutti, nella falsa tolleranza, nella felicità piccolo-borghese a portata di tutti, sotto la quale si nasconde un cinico meccanismo di distruzione di culture. Il Potere è il mercato, il consumismo, il Neocapitale. La tragedia - scriverà Pasolini - è che non ci sono più esseri umani, «ci sono strane macchine che sbattono l'una contro l'altra». «Il vero fascismo» è «questa assimilazione totale al modo e alla qualità della vita della borghesia». E' sotto gli occhi di tutti ma nessuno lo vede, «il comportamento coatto del potere dei consumi» - compriamo, viviamo, desideriamo tutti allo stesso modo - ha deformato «la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione». Un genocidio culturale.
Per il Pasolini degli ultimi anni il colpo è duro. Per chi come lui ha amato il popolo e si è messo - nei romanzi, nella poesia, nel cinema - alla ricerca di eroi borgatari della sopravvivenza, come Accattone , significa suicidare il proprio amore. «Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone». I sottoproletari che dovevano apparirgli fatti di un'umanità destinata alla sopravvivenza, eroi - come tali - della resistenza politica al Potere dei consumi, si sono sgretolati. «Insieme con l'immagine delle lucciole è tutta la realtà del popolo che, agli occhi di Pasolini, sta scomparendo». Gli italiani, scrive il poeta, «sono divenuti in pochi anni un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata». Non ci sono più corpi innocenti da contrapporre alla massificazione culturale e commerciale, alla volgarizzazione della realtà.
Ma un conto è indirizzare lo sguardo, senza infingimenti e illusioni, contro la macchina totalitaria, «un altro accordarle così rapidamente una vittoria definitiva e senza riserve». Si può amare Pasolini, ma non per questo fossilizzarlo nell'icona di un pessimismo apocalittico. Non occorre pensarla come Giorgio Agamben e figurarsi l'umanità incapace di fare esperienze e comunicarle. «La giornata dell'uomo contemporaneo - scriveva Agamben in Infanzia e storia , pressapoco negli stessi anni di Pasolini - non contiene quasi più nulla che sia ancora traducibile in esperienza. L'uomo moderno torna a casa alla sera sfinito da una farragine di eventi - divertenti o noiosi, insoliti o comuni, atroci o piacevoli - nessuno dei quali è però diventato esperienza». Invece no, dovremmo affermare sulla scia di Didi-Huberman, quale sia la potenza dei regni, foss'anche la pervasiva società dello spettacolo e delle merci, che «l'esperienza è indistruttibile, anche quando si trova ridotta ale sopravvivenze e alle clandestinità di semplici bagliori nella notte».
"Liberazione", 01/07/2010
|
|
|
30 giugno 2010
" ... la destra la si batte solo se all'Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria"
| L'Ue prepara la modifica del Patto di stabilità: sanzioni automatiche per chi sgarra e "stangate preventive". Cosa non si fa salvaguardare gli interessi delle elite (e far pagare la crisi ai cittadini). Ma in Italia si pensa ad altro |
| |
| Golpe monetario |
| |
|
Paolo Ferrero
Nel silenzio completo della politica italiana, oggi a Bruxelles si darà vita ad una nuova puntata di quel colpo di stato monetario attuato dalla classi dirigenti ai danni dei popoli europei. Mentre in Italia si discute di altro, in Europa stanno preparando una nuova stangata che se dovesse passare cambierebbe drasticamente la vita a milioni di persone.
Si tratta delle prime prove, strettamente informali, di modifica in senso peggiorativo del Patto di stabilità. Oggi infatti, il portavoce della cosiddetta Task Force, creata ad hoc lo scorso marzo per il Presidente dell'Unione Europea Van Rompuy, presenterà ai soli Coordinatori dei gruppi politici della commissione economica del Parlamento Europeo, le linee guida su come tenere sotto controllo i bilanci dei singoli Stati europei. La linea su cui sta lavorando questa task force è quella fissata dalla Commissione Europea lo scorso 17 giugno e possiamo così riassumerla: non fanno nulla per rimuovere le cause della crisi. Non tassano le transazioni speculative, non impediscono la vendita in borsa dei titoli allo scoperto, non bloccano i rapporti con i paradisi fiscali. In compenso usano lo spauracchio della speculazione per perseguire in modo accelerato l'obiettivo che da sempre hanno avuto le politiche neoliberiste e cioè il taglio della spesa sociale attraverso la riduzione dei deficit di bilancio.
La Commissione europea - formata da esponenti di centro destra e di centro sinistra - ha infatti deciso di peggiorare il Patto di stabilità al fine di obbligare tutti gli stati ad una politica di bilancio più restrittiva che veda il taglio del welfare, delle pensioni e della spesa sociale in generale. Queste misure, che si andranno a sommare ai 300 miliardi di tagli della spesa già decisi a livello europeo, avranno come unico effetto l'aggravamento della crisi. Infatti, se si continua a tagliare la spesa sociale continuerà a diminuire la quantità di denaro nelle tasche dei lavoratori e con essi la domanda. La crisi si avviterà su se stessa.
La fine dei lavori di questa task force è prevista per l'autunno ed è quindi necessario che da subito si accendano i riflettori sugli orientamenti della stessa. Nell'intendimento della Commissione europea, la modifica del Patto di stabilità dovrebbe dar luogo ad un sistema in cui i Paesi che si troveranno ad avere un deficit superiore al 3% in rapporto al Pil, e un debito superiore al 60% del Pil saranno obbligati ad un taglio drastico del deficit.
Per "stimolare" i Paesi a tenere i conti in ordine sarà messo in campo un sistema basato su sanzioni e incentivi che, per essere credibile, sarà agganciato all'uso dei fondi europei e dovrà entrare in funzione con una procedura semi-automatica. Procedura semi-automatica vuol dire che nessun organo legislativo potrà intervenire al riguardo e che scomparirà ogni forma di sovranità popolare nel poter determinare la politica di bilancio del proprio paese. In pratica se non si rispetterà il dictat ci sarà una multa, anche questa "semiautomatica".
Ma non è finita, perché tutto questo si accompagnerà, nei disegni della Commissione europea, ad azioni di "stangata preventiva". I governi non soltanto dovranno mettere in piedi politiche di rigore, ma saranno sottoposti ad una sorveglianza speciale da Bruxelles che indicherà eventuali squilibri da correggere. Ad esempio, il sistema sanitario nazionale del nostro paese potrebbe essere considerato come uno squilibrio macroeconomico non congruo con il resto del mercato europeo, come lo potrebbe essere il contratto nazionale del lavoro, che difende troppo i diritti dei lavoratori e non permette la giusta competitività.
Non solo i nostri governi futuri avranno una ulteriore limitazione della sovranità in campo economico, ma dovranno sottostare alle scelte neoliberiste che verranno imposte dall'Europa, appunto automaticamente, senza possibilità di opporsi o di modificarle.
Come abbiamo detto, dopo la tappa di mercoledì, la parola passerà al Consiglio dei ministri delle Finanze Ue, convocato per il 12 e 13 luglio prossimi con l'obiettivo di arrivare al varo delle nuove regole al vertice Ue di ottobre. Occorre svegliarsi prima che sia troppo tardi. Per questo parteciperemo nei prossimi giorni al Forum Sociale europeo di Istambul. Per questo proponiamo a tutte le forze della sinistra di organizzare insieme una mobilitazione contro la politica del governo ma anche contro le politiche europee che prevedono una distruzione strutturale del welfare e un peggioramento epocale delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone. Invece di baloccarsi con discorsi astrusi sul governo occorre costruire qui ed ora una opposizione di popolo alle manovre dei tecnocrati di Bruxelles perché altrimenti, nei prossimi anni, chiunque sarà chiamato a governare dovrà applicare i dictat brutalmente antisociali della Commissione Europea.
La necessaria cacciata di Berlusconi non può farci diventare così provinciali da lasciare in ombra il contrasto alle disastrose politiche europee costruite in modo bipartisan da centro destra e centro sinistra. Perché la destra la si batte solo se all'Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria.
"Liberazione", 30/06/2010
|
|
|
29 giugno 2010
Ma ... non sono in molti ad averlo ancora compreso!
TECNOLOGIA
Tre giorni di conferenza al Politecnico per capire come cambieranno
atenei, studio e ricerca nell'era del cyberspazio. Parola agli esperti.
|
"La Stampa", 28-06-2010
|
|
25 giugno 2010
" ... la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra"(Tonino Tucci)
| A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese |
| |
|
Tonino Bucci
A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese. Dalla scomparsa del Pci a oggi è pressoché sparita, dalla coscienza storica degli italiani, ogni traccia degli eventi di quei giorni di cinquant'anni fa. Poco o nulla resta, sul piano simbolico, degli scioperi e delle manifestazioni popolari contro il governo allora guidato dal democristiano Fernando Tambroni, appoggiato dall'esterno dall'Msi. Una flebile traccia delle repressioni sanguinose della polizia contro i cortei operai rimane nella canzone politica. Eppure nessuno si meraviglierebbe se un ventenne di oggi, a differenza di un ventenne degli anni Settanta, non dovesse conoscere a menadito i versi cantati da Fausto Amodei in Per i morti di Reggio Emilia : «Compagno cittadino fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi / Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia / son morti dei compagni per mano dei fascisti».
Ma all'immaginario ventenne del nostro tempo non se ne può fare una colpa. Non è una responsabilità sua se la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra. Il meccanismo si è inceppato per cause che ben poco, anzi nulla hanno a che fare con l'indisponibilità soggettiva a conoscere come si sono svolti eventi altamente simbolici del nostro passato. Naturalmente, la scrittura della storia non è un atto neutrale. Come non vedere, ad esempio, la funzione politica del revisionismo storico di cui la destra italiana è stata principale artefice in questi ultimi decenni? Lo smantellamento della memoria resistenziale è andata di pari passo con la legittimazione degli ex missini come personale di governo.
«Chi controlla il passato, controlla il futuro, diceva Orwell. Di questa riscrittura della storia - per dirla con le parole di Paolo Ferrero che ieri ha presentato un ciclo di iniziative del Prc (1960-2010 la Resistenza continua) - l'obiettivo principale è cancellare la memoria delle lotte sociali e il ruolo che comunisti e socialisti hanno avuto nella difesa della Costituzione». Del dopoguerra «si dà l'immagine di un'epoca di progresso continuo sotto il governo della Dc. E invece le spinte repressive e antioperaie erano fortissime». Nel revisionismo storico scompare pure il ruolo storico del Mezzogiorno, laboratorio di lotte, di occupazioni delle terre, fucina di formazione di sindacalisti e quadri politici, di comunisti e socialisti. «Nella vulgata è passata invece l'idea di un Mezzogiorno normalizzato, senza conflitti sociali e politici. In realtà, il livello di repressione nel sud, soprattutto in Sicilia, è stato altissimo. In molti casi, frutto di un intreccio tra mafia e forze di polizia. Spesso si tratta di morti dimenticati. E' persino difficile mantenere le lapidi che li ricordano».
La ricostruzione della storia italiana in chiave revisionistica è avvenuta anche per la miopia - o per la subalternità culturale - della sinistra moderata, «fin da quando Luciano Violante diede la stura per l'equiparazione tra partigiani e repubblichini».
Leggiamoli più da vicino i fatti del luglio '60. Il 30 giugno di quell'anno c'è la convocazione del congresso dell'Msi a Genova, città medaglia d'oro alla Resistenza. C'è una fortissima mobilitazione operaia e popolare, in particolare i portuali. Ci sono scontri durissimi con la polizia, con morti e feriti. Lì c'è l'esordio di un nuovo protagonista, i ragazzi con le magliette a strisce.
Nei giorni a seguire si svolgono anche in altre città manifestazioni popolari di protesta. Scendono nelle piazze lavoratori, sindacati, parlamentari dell'opposizione comunista e socialista. Intanto il livello della repressione da parte della polizia si fa durissimo. E' la fase di scontro nel paese più aspro dai tempi dell'attentato a Togliatti. Il 5 di luglio a Licata, in Sicilia, c'è una manifestazione cntro il carovita e la disoccupazione. La polizia interviene e uccide un manifestante, accorso in aiuto di un bambino picchiato dalla Celere. Il sette luglio a Reggio Emilia la polizia carica un corteo contro il governo Tambroni e uccide cinque persone, cinque operai tutti iscritti al Pci. Della strage rimarrà il ricordo nei versi della canzone di Fausto Amodei, Per i morti di Reggio Emilia . Come pure resterà nella memoria collettiva l'immagine più nitida di quei tempi, quella dei caroselli delle jeep della Celere tra i manifestanti.
L'8 luglio a Palermo c'è lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Un'altra carica della polizia, altri quattro morti. Nel pomeriggio per protesta si forma una manifestazione davanti al municipio. La polizia spara per disperdere i manifestanti. Ci sono trecento fermi, quaranta persone medicate per ferite da armi da fuoco. Sempre l'8 luglio, a Catania, per lo sciopero della Cgil, intervengono le forze dell'ordine. Un edile è massacrato a manganellate e finito con un colpo di pistola. Ci sono scontri anche a Roma dove è solo per caso che non ci scappa il morto. E' Raimondo d'Inzeo, un campione olimpionico di equitazione, oltre che comandante di un reggimento di carabinieri, a guidare la carica a cavallo su un corteo al quale partecipano anche parlamentari dell'opposizione. I contrasti crescono però anche all'interno della Dc. Dopo qualche giorno Tambroni si dimette e il governo cade.
Questa è la storia, da qui iniziano le analogie tra presente e passato.
«C'è una relazione - dice Ferrero - tra le battaglie di cinquant'anni fa e quelle che ci sono oggi, che di nuovo intrecciano la difesa della democrazia con le questioni sociali».
Dalla protesta contro la legge-bavaglio alla resistenza degli operai di Pomigliano contro l'accordo-ricatto della Fiat c'è un sottile filo che ricorda lo scenario del luglio 1960. Con alcune differenze, certo. «Oggi la repressione si scatena più sulle figure "marginali", come Cucchi e Aldovrandi», relegate alla cronaca quotidiana. Anche oggi, c'è un'emergenza sociale, «la disoccupazione tocca livelli altissimi, il disagio è forte ma, rispetto ad allora, non ha strade politiche in cui esprimersi efficacemente». Anche le forme della repressione - a differenza di cinquant'anni fa - sono più sofisticate. Pomigliano docet . «C'è stato un ricatto di tipo mafioso da parte della Fiat. Il ruolo dei mass media, pure, è stato determinante nel costruire l'idea che non ci fossero alternative tra l'accettare l'accordo o perdere il posto di lavoro. Il risultato del referendum tra i lavoratori ha rispedito al mittente l'intera operazione». I segnali di un clima antioperaio ci sono tutti: «il governo dice che bisogna modificare l'articolo 41 della Costituzione e la parte sui rapporti sociali. La Fiat si produce in un colpo di teatro con un diktat che mette in discussione le norme costituzionali sul diritto di sciopero. Draghi, cioè, Bankitalia si lamenta degli eccessivi vincoli in Italia per le aziende». La scena finale del copione prevedeva un plebiscito dei sì tra i lavoratori. «Marchionne ha tentato un'operazione politica. Ma gli è andata male e ha perso».
Di analogia in analogia, questa miscela tra gruppi industriali e destra politica rinvia di nuovo alle vicende di cinquant'anni fa.
Anche allora il governo Tambroni non fu un fulmine a ciel sereno, per il semplice fatto che era l'espressione politica di una parte della società italiana, sostenuta da gruppi industriali e apparati della pubblica amministrazione. Dietro Tambroni c'era un'Italia che non aveva digerito la Resistenza, l'Italia della borghesia e dei ceti medi. Oggi come allora, il tambronismo rimane il vizio d'origine delle classi dirigenti italiane, il segno di un sovversivismo che non esita a disfarsi della regole costituzionali pur di mettere a tacere il conflitto sociale. Siamo l'unico paese in Europa ad avere «una destra che non ha confini alla propria destra».
"Liberazione", 25/06/2010
|
|
|
23 giugno 2010
Un libro dell'antropologo Federico Bonadonna: Occasioni mancate.
Occasioni mancate, un libro dell'antropologo Federico Bonadonna, consulente per anni al comune di Roma
I nuovi poveri negli interstizi delle metropoli
di Tonino Bucci
Non si vedono perché vivono negli interstizi delle nostre città. Sono i senza fissa dimora, i senza tetto, gli esclusi finiti sulla strada, c'è anche chi li chiama clochard , non senza una sottile allusione di romanticismo, il più delle volte davvero fuori luogo. Una galassia di tipi umani precipitati nelle pieghe dell'emarginazione per i più diversi motivi, alcuni vecchi, altri sintomatici di nuove povertà. Loro, nell'epoca di google-earth, di internet e del mondo a portata di palmare, è come se non esistessero proprio. Eppure ce li possiamo immaginare, antropologicamente parlando. Potremmo visualizzarli, ad esempio, nelle sembianze di una ragazzina, un'adolescente già vecchia, sul ciglio del raccordo anulare di Roma, in procinto d'essere investita dal flusso quotidiano di macchine; oppure in quelle di un uomo, in pessime condizioni, ubriaco e maleodorante, magari a bordo di un autobus, scansato ed evitato dagli altri passeggeri in evidente imbarazzo.
Ma non è detto che i nuovi poveri della metropoli debbano per forza apparire laceri, confusi e tremolanti. A cadere nell'abisso della strada possono essere anche ex impiegati, ex funzionari, ex manager, fino a poco tempo prima percettori di uno stipendio di tutto rispetto e ai quali la legge inesorabile del rischio in questa società di mercato ha letteralmente mandato in frantumi la vita. Di questa galleria di tipi umani ci parla il nuovo libro di Federico Bonadonna, Occasioni mancate (edizioni l'orecchio di Van Gogh, pp. 272, euro 16), già autore di saggi come Viaggio nell'universo giovanile e In nome del barbone (da cui è stato tratto il film di Francesco Maselli Civico zero ) e con alle spalle undici anni di lavoro per il Comune di Roma nei servizi d'intervento in favore delle persone senza dimora.
«Gli interstiziali sono persone che vivono negli interstizi della metropoli, uomini e donne che hanno in comune la strada, o meglio le sue zone liminali. Gli interstizi metropolitani sono fessure materiali e ideali dove le persone di strada trovano precario rifugio. Secondo il sistema delle categorie sociali tuttora in voga, gente degli interstizi sono i senza tetto, gli zingari, i lavoratori del sesso da marciapiede. Ho collaborato più di dieci anni con la pubblica amministrazione romana, tra il 1997 e il 2008, contribuendo all'ideazione e all'attivazione di servizi sociali per le persone in condizione di marginalità urbana estrema. Questo libro è il racconto di quegli anni e di quei servizi, ma è anche un testo sulle istituzioni e sulla politica».
Potrebbe sembrare un reportage, ma lo studio di Federico Bonadonna è tutt'altro che la descrizione "oggettiva" di un fenomeno. L'intento, anzi, è quello opposto, di restituire al barbone una consistenza soggettiva, un tratto individuale che spesso scompare nelle statistiche e persino in una certa antropologia pseudoscientifica. Quel che più giova alla lettura è semmai la messa in discussione del nostro sguardo sui senza dimora. «Il nostro atteggiamento nei loro confronti è un mix perverso di pietà e di rabbia, disgusto e invidia. Ciò che segretamente invidiamo loro è l'aver abbandonato la corsa contro il tempo, la lotta per un posto al sole, per tenersi a galla, per una carriera in ascesa (e non il contrario). La nostra è una cultura dei risultati, della misurabilità delle prestazioni e del consumo, e chi viola i sacri principi fondativi, chi non crede alla favola, è un deviante. Nulla di romantico: i barboni vivono in una condizione così drammatica, che nessuno vorrebbe fare davvero il cambio».
Ma è soprattutto il linguaggio spersonalizzante dei media, l'universo simbolico della comunicazione, gli artifici semantici di una politica che agisce sempre più a colpi di uffici stampa e comunicati, a finire sotto accusa. I media descrivono i marginali in maniera irrealistica, li riducono a oggetti, chiamando i senza dimora ora angeli sulla strada, vittime della società, poeti ribelli, ora invece, con intenti opposti, nullatenenti, criminali e devianti. «E' sempre un pregiudizio, positivo o negativo, a connotarli».
Finire a dormire per strada non ci vuole poi molto. Giuseppina, alias Ninetta, per esempio, è una pensionata di 85 anni, romana di tre generazioni. Viveva in centro, a Fontana di Trevi, per vicini aveva il presidente Pertini e sua moglie. «Poi un giorno una banca ha acquistato tutti gli appartamenti del palazzo. Prima c'hanno aumentato la pigione e poi, visto che non potevamo permettercela, c'hanno sfrattato. Così, con mia figlia, suo marito e i loro due figli, i miei nipoti, siamo andati ad abitare in un quartiere nuovo, fuori Roma, oltre il raccordo anulare, verso la Cecchignola». D'improvviso una tragica fatalità. La figlia col marito e tutta la famiglia escono un giorno per una gita ai Castelli. Non faranno mai più ritorno, muoiono tutti in un incidente d'auto. «Poi un giorno è arrivato un signore che diceva che dovevo pagare la rata del mutuo altrimenti la banca si sarebbe ripresa l'appartamento. Tra una cosa e l'altra questa storia è durata per un sacco di tempo. Dopodiché sono arrivati l'ufficiale giudiziario e un dottore, hanno sfondato la porta col grimaldello perché io non gli ho aperto, mi hanno fatto una puntura, caricato su un'ambulanza e mi sono risvegliata all'ospedale». Oggi Ninetta vive in un centro d'accoglienza per barboni in attesa di un posto in una casa di riposo.
Ma tra i nuovi poveri compaiono sempre più spesso anche persone che fino a poco tempo prima possedevano uno status sociale invidiabile. Manager, impiegati, funzionari che a causa di un licenziamento o, come accade di frequente per individui maschi, in seguito alla separazione dal coniuge, si ritrovano nell'impossibilità di pagare l'affitto di un appartamento. Prendiamo la storia di Carlo, «quel che si definisce un bell'uomo che ha superato i quarantacinque anni», posto fisso nella pubblica amministrazione, un mutuo a tasso fisso con scadenza nel 2015 per un appartamento in cooperativa alla periferia est di Roma, da dividere con moglie e figlia. «Carlo e Lisa sono una coppia come tante; si sono separati dopo un intenso rapporto d'amore. Quando sono andati in tribunale per la separazione consensuale, il giudice ha affidato la bimba e la casa alla madre e Carlo è stato costretto ad andarsene senza sapere dove, perché in città non ha nessuno. Il mutuo della casa, cointestato, continua a essere pagato da entrambi. In questo modo, lo stipendio di mille e cento euro al mese di Carlo, tolto il mutuo e le spese per il mantenimento della figlia, quasi si dimezza: "E con seicentocinquanta euro come si fa a campare?", si chiede sconsolato». Dapprima si fa ospitare dagli amici, poi va in un paio di pensioni fetide vicino alla stazione a trenta euro a notte e «così, sempre più giù, in un vortice depressivo discendente». Fino a che Carlo non si ritrova a dormire in macchina. «Per qualche mese entra in ufficio la mattina presto per lavarsi. I colleghi e persino il suo capoufficio fanno finta di niente per non metterlo in imbarazzo».
Scene così potrebbero benissimo accadere a Milano come a Napoli, a Palermo come Torino e Bologna, ma anche a Londra e Parigi, a Madrid, Barcellona e Berlino, o ancora ad Atene, Damasco, Tokyo, Buenos Aires e Valparaiso. «Quando a Beirut ovest attraverso Bliss Street proprio sotto Hamra, l'arteria principale del quartiere sciita, incontro spesso Imad, un barbone di un'età indefinibile, secco come un tronco d'albero reciso, davanti l'università americana... Quando non dorme come un corpo senza vita in posizioni improbabili sul ciglio della strada, succhia del vino da una bottiglia occultata in un sacchetto di carta da pacchi. Imad è tollerato in quanto barbone. Fa cose che a tutti gli altri sono proibite... E' l'unica persona che si permette di bere alcolici per la strada in un quartiere sciita. Viola un tabù fondamentale, ma non è ignorato né escluso».
L'Italia è un paese culturalmente avvantaggiato per «interpretare in modo originale» il mito dell'individuo assoluto, del cittadino imprenditore di se stesso, quel self made man che è stato annunciato dalla deregulation degli anni 80, gli anni del reaganismo-thatcherismo, della deregulation e della sconfitta dei sindacati. Qui da noi la narrazione ideologica dell'individuo-imprenditore - fatta propria dal craxismo prima, dal berlusconismo poi - è diventata un modello biografico, di più, «una necessità quotidiana di massa» cui nessuno sfugge. La società costruita sul rischio è null'altro che uno scenario di guerra in cui gli individui lottano per la vita «tra l'incertezza e la possibilità». Tra lo yuppie e il clochard rimane solo un sottilissimo confine.
“Liberazione”, 22/06/2010
|
|
22 giugno 2010
Le condizioni dettate dalla "cultura del padron-cino": negazione delle libertà, dei diritti, della dignità degli individui!
La lotta di classe
in Italia |
| |
|
Dino Greco
Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall'azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l'operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l'assalto all'arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell'opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell'odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l'ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c'è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.
Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli "spiriti animali" del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un'azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l'investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell'alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no "compagni".
"Liberazione", 22/06/2010
|
|
|
19 giugno 2010
E' morto lo scrittore portoghese. Aveva 88 anni. Nel '98 aveva vinto il Nobel per la letteratura
| |
| |
| Addio José Saramago, grande narratore dei semplici |
| |
|
Marco Peretti
L'ultima polemica l'ha suscitata con il suo Caino e l'ultima donazione di diritti - ripubblicando in Portogallo la sua Zattera di pietra - l'ha riservata a sostegno del popolo haitiano. È forse questo il modo per comprendere come José Saramago aveva deciso di stare al mondo. È morto ieri alle 13,45 e probabilmente nel cordoglio qualcuno dirà che è morto un poeta. In realtà non è mai stato un grande poeta, come tutti i portoghesi ha cominciato scrivendo versi, ma nelle migliaia e migliaia di pagine con le quali gli studenti di letteratura lusofona si sono cimentati, poche sono dedicate alla sua poesia. Ci ha lasciato un "compagno" diranno i campesinos dell'esercito di Marcos. Se ne è andato uno dei più grandi romanzieri del "lungo" Novecento scriveranno i critici letterari onesti. La sua unica figlia, Violante, tra qualche giorno rileggerà le pagine de La Caverna e anche lì, in Cipriano Algor, ritroverà suo padre, un artigiano che ha speso tutte le sue forze per svelare ai distratti i segreti che si nascondono nel Centro (del potere). Pilar, più di tutti, potrebbe dire che se ne è andato un uomo tenero che a suo modo ha cercato di riscrivere la Storia, come spesso fanno i poeti: «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?».
Dei semplici, degli artigiani, dei correttori di bozze, degli impiegati dell'anagrafe, di sterratori e tagliapietre che hanno costruito monumenti visitati ancora dai turisti, ha inventato le storie. Amante della scuola delle Annales ha considerato le vite quotidiane del popolo "minuto" degne di essere sovrapposte alle agiografie dei Dom João e delle loro dinastie, che popolano in modo esclusivo le pagine dei manuali di Storia. Ha "ricostruito" il Convento di Mafra nel Memoriale del convento e da quel momento ha destato l'attenzione degli accademici svedesi. Un Nobel a un aggiustatore meccanico (questa era la professione che frequentando fino al 1940 la Escola Industrial de Afonso Domingues, l'attendeva) è come la presidenza del Brasile a un tornitore. Per arrivarci il cammino non è stato facile, ha lavorato come impiegato per quasi dieci anni e la notte, come l'Autodidatta della Nausea di Sartre, ha divorato, sem orientação , libri nella biblioteca municipale di Lisbona. In quegli anni ha cominciato a scrivere poemi, racconti e testi per il teatro. Il primo romanzo degno di nota, oltre a Manuale di pittura e calligrafia , Una terra chiamata Alentejo , ristagna ancora nelle pieghe del neorealismo, poi è arrivato il Memoriale , L'anno della morte di Ricardo Reis , la Storia dell'assedio di Lisbona , il viaggio a ritroso nel tempo per correggere la Storia, inserendo in quei romanzi le "cartucce" per far esplodere l'indiscutibile, o per sostituirlo con un "altro" passato che avrebbe potuto essere. Le gioie e i dolori son cominciate quando ha deciso di rileggere anche l'indiscutibile Verbo del messaggio divino scrivendo il suo Vangelo secondo Gesù . Con questo si affaccia agli anni '90 e comincia a pensare che ormai la televisione e la fretta dell'uomo per acquisire denaro utile al Consumo nel Mercato, non lascia tempo per cimentarsi con una letteratura che ha bisogno di consultare i libri di Storia. Si affida quindi all'allegoria, sperando che "classici" come la Peste di Camus, o cose note come i labirinti di Kafka o i miti di Platone, nonostante tutto si siano sedimentati nell'immaginario dei suoi potenziali lettori. I romanzi degli anni '90 ( Cecità , Tutti i Nomi , La Caverna ) che porta con sé in Svezia (nell'ottobre 1998) al ricevimento della sudata statuetta, indagano lo smarrimento degli individui di fronte a una "globalizzazione" che li rende anonimi e ciechi, oggetti (come le merci) dei Centri commerciali che diventano città, non-luoghi per non-identità. Il resto è storia del XXI secolo (ai lettori di Liberazione abbastanza nota), di dissidi con editori che non amano gli scrittori impegnati, di un caos che avrebbe bisogno di un ordine. Un secolo tormentato dal sopraggiungere di nuovi esperimenti genetici e de L'uomo duplicato , dello scadimento della democrazia a ancella del voto elettorale (che lo scrittore vorrebbe salvare invitando ad astenersi nel suo Saggio sulla lucidità ) e di un dialogo con la morte che Saramago comincia ad affrontare a cuore aperto ripensando alle madeleine della sua infanzia ( Le intermittenze della morte ) e al caro nonno analfabeta che prima di morire era corso ad abbracciare i suoi amati ulivi.
Con lui aveva passato i primi anni della sua vita, ad Azinhaga, dov'era nato il 16 novembre 1922. Un piccolo villaggio "infinitamente" distante da Stoccolma, una misura colmata però con chilometri di scrittura che rimpiangeremo.
Forse un giorno scriveremo di lui, come lui con fantasia scriveva ad Allende quando la Rivoluzione dei garofani aveva preso altre strade: «Qua va male, compagno. Sono molte le nostre difficoltà e molti i nostri nemici. Anche tu li hai avuti e di loro sei morto. Qui, paese che sembra aver scelto definitivamente il sebastianismo, pensiamo che tutto si sarebbe fatto tra garofani e canzoni. Non sapevamo che il socialismo era difficile e non abbiamo capito niente con la tua morte. Perdonaci per questo. È chiaro che non siamo scoraggiati, tanto meno vinti, ma abbiamo pensato che scrivere questa lettera ci avrebbe fatto bene. E adesso, veramente, sentiamo quella grande serenità di chi sa di stare dalla parte della ragione»[dal Diário de Notícias del 7 agosto 1975].
"Liberazione", 19/06/2010
|
http://quadernodisaramago.wordpress.com/
josé saramago
blog di Saramago
| inviato da Notes-bloc il 19/6/2010 alle 22:18 | |
|
|
15 giugno 2010
Mila Spicola, un'insegnante di Palermo, scrive al ministro dell'Economia per denunciare lo stato di un'istruzione pubblica senza finanziamenti e con molti disagi per gli alunni. E la sua lettera viene pubblicata in rete da molti blogger
'Caro Tremonti,
che scempio i tagli alla scuola'
Mila Spicola, un'insegnante di Palermo, scrive al ministro dell'Economia per denunciare lo stato di un'istruzione pubblica senza finanziamenti e con molti disagi per gli alunni. E la sua lettera viene pubblicata in rete da molti blogger
Sta facendo il giro del web la lettera scritta al ministro Tremonti da Mila Spicola, professoressa di una scuola media di Palermo. Una dura accusa sulle proibitive condizioni in cui un insegnante è costretto a lavorare ogni giorno. In una scuola dove “non c'è carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni” e il riscaldamento è a singhiozzo. Dove non ci sono più insegnanti di sostegno per gli alunni disabili. “Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all'istruzione pubblica”, scrive Mila al ministro dell'Economia. Perché gli sprechi andavano tagliati. Ma è stato considerato spreco “recuperare i bambini con difficoltà, e quindi via le compresenze, oppure studiare l'italiano, quindi via due ore”. Ai tagli fatti “con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane”, Mila non ci sta. C'è la crisi, ma la soluzione non può essere “ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, visto che questo vuol dire violare la legge”. Perché invece non destinare alla scuola pubblica parte dei 25 miliardi assegnati alle spese militari? Questa una delle proposte con cui Mila conclude la lettera, che pubblichiamo integralmente.
Ministro Tremonti,
lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. È esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.
Mettiamoci d’accordo. C’è la crisi o no? Un giorno c’è, un giorno non c’è, un giorno è un “anatema psicologico delle sinistre” e l’altro giorno “dobbiamo fare sacrifici”. Ma non tutti, attenzione: gli statali. Io mi sono arrovellata nel tentativo di capire dove fossero quegli sprechi quando, nell’agosto 2008, ho saputo degli 8 miliardi da togliere alla scuola pubblica. Ma lei ha fugato i miei dubbi: lo spreco era studiare l’italiano, e quindi via due ore. Lo spreco era studiare la tecnologia moderna e quindi via un’ora. Questo alle medie. Escano prima i ragazzi: così hanno tempo per riflettere. Lo ha detto il ministro Gelmini. Lo spreco era recuperare i bambini con difficoltà (cosa frequentissima nei contesti dove vivo e ho scelto di insegnare io, e cioè nelle periferie), e quindi via le compresenze in talune ore di due maestri nelle elementari: a questo servivano, caro ministro. Il tutto eseguito con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane, piante rigogliose e qualche ramo secco, ma troppo pochi, in cambio della distruzione della nostra foresta amazzonica: il polmone del nostro futuro. Quelle due ore d’italiano e le compresenze servivano anche a coprire le assenze dei colleghi senza ricorrere a supplenze esterne. Inoltre: aumentiamo i ragazzi per classe: fino a 30, 33..ma sì. Realizziamo un bel parcheggio per ragazzi, non una scuola certamente. Del resto sono altre le fonti vere della formazione: la vita, la strada, la televisione, il computer. Per chi vuole studiare veramente ci sono le scuole private. Studiare cosa e come poi è da vedere.
C’è un piccolo particolare: tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione riconosce alla scuola pubblica, statale, italiana il compito di formare e istruire gli italiani. Le private? Una scelta possibile, non obbligata. Non era un paradiso la scuola pubblica, prima di Tremonti, ma i problemi erano altri, non certo questi.
Torniamo alle sue motivazioni: la gestione dei singoli istituti, troppi soldi, troppi. E quindi tagli anche a quella. “Facessero una colletta i genitori, e che sarà mai qualche centinaio di euro”. Alla voce vedi sopra. “Qualche centinaio di euro è nulla”, ma non c’era la crisi? Nella mia regione, in Sicilia, quel centinaio di euro serve per andare avanti. E dunque i tagli: nella scuola dove insegno io, una normale scuola media della periferia palermitana, ma potremmo generalizzare a tutte le scuole medie d’Italia, siamo quasi alla paralisi. Avete compiuto il miracolo: unire di colpo nord e sud nella omologazione verso il peggio. Dico quasi, perché poi, incredibilmente, docenti e dirigenti sono diventati bravi a fare i salti mortali e le capriole all’indietro. E forse questo lei lo sapeva: qual è l’unica classe di lavoratori in Italia che, nonostante tutto, continua a lavorare? La nostra. Nel senso che lei aveva ragione e che quindi, nonostante i tagli , riusciamo ad andare avanti? No: nel senso che per noi quelli che non devono subire le ricadute gravissime della sua scelta scellerata, ripeto, scellerata, non devono essere i ragazzi: e dunque si alza la saracinesca comunque e si fa l’appello tutte le mattine.
Però sa cosa c’è? C’è che abbiamo anche sopportato e stiamo sopportando molto, ma l’illegalità di stato dentro una scuola no. Io non la sopporto e la denuncio. Tagliare completamente i fondi di gestione delle scuole ha comportato l’impossibilità di chiamare supplenti per coprire le assenze, adesso che non ci sono più quelle due ore che servivano a coprirle. E dunque le classi si dividono in altre classi. Giornalmente. I ragazzini si prendono la loro sedia e vagano nei corridoi in cerca di spazio. Perdendo ore di lezione. E allora: posso sopportare di lavorare meno, posso sopportare di farlo in una scuola ammuffita, con l’acqua che filtra, senza vetri (lei mi dirà : si rivolga all’amministrazione comunale), posso sopportare di non avere carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni, riscaldamenti a singhiozzo. In una mia classe di prima media ho 23 bambini, 4 di loro con gravissimi disagi sociali e disturbi comportamentali (sono figli di carcerati) , due con problemi di apprendimento e uno disabile grave. Io insegno arte: nelle mie ore non ho insegnante di sostegno, perché sono state tagliate le ore del sostegno, come tanti sanno.
E allora mi dica lei qual è il diritto all’istruzione negata del mio alunno disabile? Qual è il diritto all’attenzione precipua negata ai 4 bimbi con problemi sociali? E ai due che non riescono a leggere senza distrarsi? E' una scuola di periferia, se non li aiuto io chi li aiuta? E il resto dei compagni? Non hanno diritto alla “normalità”? E poi viene la ministra Gelmini a parlar male dei docenti del sud, di come i nostri alunni sono in fondo alle classifiche delle prove di merito: ma in queste condizioni cosa vi aspettate? È già un miracolo se abbiamo le sedie nella mia scuola. L’inverno lo abbiamo trascorso con mussa e infissi rotti. “Si rivolga al Comune” dirà lei. Il suo sindaco di centrodestra ha tagliato anche lui tutti i finanziamenti alle scuole: sia per il funzionamento ordinario, sia per le manutenzioni. Non ci resta che Santa Rosalia. E in effetti... manco la Chiesa ci appoggia, noi sciagurati delle periferie, intenta com’è a salvaguardare le scuole private. Lei lo chiama razionamento e si riempie la bocca di frasi assurde sul come l’Italia stia reggendo la crisi. Mi scusi: ma che cavolo sta dicendo? Lo deve dire lei, una statistica o io? Ho 253 alunni, 253 famiglie cioè: un bel campione di famiglie di periferia, come ce ne sono a migliaia nella corona delle città. Forse ne so parlare meglio di lei degli effetti della crisi, sig. Ministro: niente fumo negli occhi ahimè. Perché nemmeno il contributo di 15 euro annui riescono più a pagare. Lo stato vissuto nelle classi italiane è disastroso. Io la chiamo illegalità.
Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. È questa l’illegalità Egregio ministro. L’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”.
Questa è politica, caro Tremonti, ed è il senso del mio mestiere. Glielo insegno di più io, non di certo tu che gli togli maestri, risorse e ruolo sociale. Da qualche mese mi rifiuto di accogliere ragazzi provenienti da classi divise oltre il numero consentito. E lo farò anche a fronte di ordini di servizio scritti. Venga qualcuno a obbligarmi. Venga pure. Io mi rifiuto. Il mio Dirigente mi dirà: dove li metto allora? Io la rivolgo a Lei questa domanda: dove li mettiamo? La rivolgo ai suoi elettori, che sono anche genitori: dove volete che li mettiamo i vostri figli?
Di quei 25 miliardi alle spese militari destini nuovamente alla scuola pubblica gli 8 miliardi tolti. Oppure assegni i proventi del lotto per un anno alla messa in sicurezza degli edifici scolastici: sono questi per me i monumenti culturali dell’Italia che amo. La smetta di giocare con la vita e con l’istruzione dei nostri figli. Anzi, le dico di più, se posso: se ne vergogni.
Mila Spicola, professoressa
"il fatto quotidiano", 15-06-2010
|
|
11 giugno 2010
La Manovra ignobile dei "governanti italiani"
di Luciana Cimino
Manifestazione di Sinistra Ecologia e Libertà. «E' una Finanziaria modello Briatore»
"l'Unità", 11-06-10
"la Repubblica", 11-06-10
|
|
10 giugno 2010
La cultura è anche questo: è l’ultima possibile pedagogia
Noi, come Pasolini: sappiamo chi in Italia uccide la cultura
di Vanni Ronsisvalle
Ora basta, chi ha ammazzato Pasolini? Chi sa parli. Le piazze di Roma. La piazza Navona dove si celebravano i funerali della cultura italiana che muore uccisa sappiamo da chi. Questo lo sappiamo. La piazza di Campo de’ Fiori di un novembre lontano e vicino. Mi viene in mente, nel disperdersi sereno della folla di piazza Navona (il provvisorio sollievo che segue queste liberazioni collettive) quel grumo di carne pesta, pestata, calpestata, schiacciata che invocava mamma fino a che il corpo fu inerte, come una cosa qualunque. Carne tornata bambina. Oppure, mamma ossia l’umanità offesa, siamo noi. Grumo di carne e fango su cui la scientifica, ah, ah, ricavava impronte sagomate di copertoni, straordinario decoro imprimé sulla maglietta che fascia il torace esile di Pier Paolo. «Calma» mi disse il direttore del Tg di allora alle 11 e 15 di quella mattina. Mi aveva atteso ai piedi della grande scala a chiocciola di via Teulada 66. «È soltanto una storia di froci».
Mentre sogno nel Texas, Stati Uniti, esplode un pozzo di petrolio. Tre morti. Nel golfo del Messico di fronte agli Stati Uniti scoppia un pozzo subacqueo e diluiscono la morte nell’oceano milioni e milioni di «barili» di petrolio. Barili. Questo nome impressionante di una unità di misura, per la cordialità che lo assimila al vino, è assolutamente improprio, maschera il trucco come è di tutte le «risorse» del capitalismo. Fu improprio quel è una storia di froci . Il giovane turco che accoltella e decapita un prete, un vescovo, grida ai circostanti HO AMMAZZATO IL GRANDE SATANA. È una storia di froci (più o meni così) il comunicato del governo turco. Mentre il Papa è a Cipro. Petrolio. La morte di Mattei a Bescapè, il suo piccolo aereo aziendale esplode in cielo e tutta quella macelleria di pezzi d’aeroplano, i pezzi del passeggero e del pilota si sparpagliano nel fango padano. Mattei era partito dalla Sicilia dove sotto gli occhi di pastori e contadini esterrefatti e ammirati si scavavano pozzi di petrolio.
Due civiltà alle prese, una guerra di seduzioni. Un cacciavite nel motore del biplano. Una storia di Mafia? o il Grande Gioco delle Sette Sorelle, cioè la stessa cosa? Il Direttore del TG, bravuomo, in quel lontano mattino mi sussurrava, giunto a passi felpati per non disturbare, davanti alla mia scrivania in redazione: «Rallenta, Vanni. È solo una storia di froci». Prima, preoccupatissimo, mi aveva atteso per affidarmi, quale responsabile di una redazione innocua, la cultura (quandanche con raccomandazioni e cautele) il delitto politico . La natura si ribella al contronatura in generale? Messa così è un castigo del cielo o qualcosa che riguarda gli ambientalisti. Il Segreto di Stato? Dio, cosa evochiamo… Il romanzo giallo , il romanzo evasivo, un bel trucco; interessa a quegli scrittori di legal-thriller ? per tutti quelli che affollavano piazza Navona non è un Segreto di Stato chi uccide la cultura. Quelli che uccidono quel che siamo, saremmo noi ridotti a ben poco per tutto il resto, e l’Immagine Italia. L’immagine che traluce nei volti dipinti, ad esempio, da Giotto in giù... Sulla cattedra di Salamanca un tale posò una pistola mentre parlava il filosofo Unamuno. Viva la muerte e abajo la intelighencia ....
Viva la morte e abbasso l’intelligenza. E Unamuno non parlerà più, era il 1939. Madrid era caduta. A duemila chilometri, mentre sfila in parata il Grande Reich millenario (era una millanteria) Gobbels fa sapere ai tedeschi e al mondo che lui quando sente la parola cultura mette mano alla rivoltella . Siamo nel cuore del Secolo Breve. Tutto si tiene. Il culturame del ministro Scelba, titolare degli Interni, in era trionfante della DC, Anni Cinquanta preludio del falso boom del decennio successivo. «È una storia di froci, Vanni. Puoi dire quello che ti pare». Allora posso sfogare il culturame e vi aggiungo di mio la libera commozione personale. Poichè non è politico questo assassinio . 1968. A Venezia, altra piazza, uscendo dalla casa di Ezra Pound dove il vecchio poeta strapazzato dall’equivoco culturale circa il fascismo ci aveva appena risposto: la buona letteratura nasce dalle macerie non dall’odio. Oi Barbaroi gli aveva appena citato PPP. 1975.
Piazza di Campo dei Fiori ancora anni dopo, Rafael Alberti il poeta spagnolo esule in Italia che abitava là vicino passando davanti alla statua di Giordano Bruno si produceva in una deliziosa pantomima di piccoli inchini. In quel punto avevano bruciato un santo, un eretico? Viva la muerte abajo la intelighencia . Stanno uccidendo la cultura. (Dio, questa parola radicalchic , si esibiscono quelli della invettiva populista.) Intanto un museo frutterebbe in Italia quanto una fabbrica. Così stanno uccidendo questo e quello, compreso il buon senso. E lo speciale senso comune del pudore, ossia in realtà l’umile riserva dietro cui si trincerano quelli che veramente praticano l’arte, la cultura, la ricerca, la vita dell’umanità. Avete presente il Cristo morto del Mantegna? Quel morto per noi rappresenta anche tutto questo. O solo tutto questo? Non sono loro il Grande Satana? Le istituzioni sono bigotte, impaurite contro il Grande Satana della Cultura? Qui vi è un perverso scambio di ruoli. Intercettare il Grande Satana come lo intendiamo noi non sarà più possibile. Gomorra ha suggerito al giovane Saviano quella assonanza carica di sensi con Camorra.
La cultura è anche questo: il lampo che ti fa sintetizzare in una parola. Spiegare al bigotto musulmano, a quelli che hanno sbattuto avanti il povero Pelosi chi è il Grande Satana. È l’ultima possibile pedagogia. A Piazza Navona lo sapevano tutti. Chi c’era e chi non c’era, Petrolio . L’ultimo testo misterioso, criptico di PPP. Trafugato. Segreto di Stato? Mamma . Dal piccolo grumo di carne di poeta, la parola esce infantile come dentro un fumetto ben disegnato, un misto tra Pratt e Schultz, o di quei francesi bravissimi a fare del tetro grandi comics; da lì dentro si leva l’invocazione. Allora non c’è risposta a quel mamma come un perché? Vi ricordate di quel dirigibile che solcava il cielo di Roma pubblicizzando i copertoni della Goodyear? Era terribile, al passaggio meridiano un ombra gelava l’oro di piazza di Spagna. I copertoni si fabbricano con i residuati della lavorazione del greggio del petrolio. Tracce di copertone a raggiera si dipartivano dal crocicchio di Fiumicino dove era stato massacrato PPP. Ancora disegnavano in chi ha vissuto quelle ore il tessuto del racconto.
La poetessa Amelia Rosselli, figlia di uno dei fratelli martiri antifascisti, si torceva le mani, così quando la si vedeva passare davanti al Caffè Rosati di Piazza del Popolo di quegli anni ad un passo dalla follia, fulminata da intuizioni terribili sul futuro delle generazioni. Come Pier Paolo. Erano quegli anni. È una storia di froci mi disse quel direttore di quel TG. È morto Pier Paolo Pasolini, introduceva formale il conduttore del TG. Ce ne parla (ce ne parla?!) eccetera . Ed io partivo con un forbito bla bla bla . Gli italiani alle 13,30 di quel giorno erano già tutti a tavola o alla mensa aziendale. Le impronte di copertone scorrevano sui teleschermi, la mia voce si modellava su quelle immagini incongruenti (come lo è un dipinto astratto per i detrattori di quella pittura). Non astratta la mano di quel direttore di quel TG che poggiava paterna sulla mia spalla mentre io dietro il leggio dello Studio Quattro al quarto piano di via Teulada 66 recitavo il mio De Profundis . «Antonio davanti al corpo di Cesare ti fa un baffo» concluse con sollievo ed un pizzico di cultura, questo sì, quel paterno quando uscimmo dallo Studio. Andai in onda in tutte le edizioni. Addio, addio sussurravamo giorni dopo alla bara che passava in piazza di Campo dei Fiori. Pensavo a questo guardando le immagini del Tg3 di piazza Navona decenni e decenni, un abisso di tempo dopo. Funerali.
"l'Unità", 09 giugno 2010
Pier Paolo Pasolini
Cultura
| inviato da Notes-bloc il 10/6/2010 alle 7:27 | |
|
|
8 giugno 2010
Guai a chi viene a raccontarmi che non siamo in una nuova forma di dittatura già compiuta!
"l'Unità", 08-06-2010
Senza parole!
| inviato da Notes-bloc il 8/6/2010 alle 19:9 | |
|
|
4 giugno 2010
Grazie, Monicelli per la Tua Arte!
di Gabriella Gallozzi
Il regista agli studenti della scuola Rossellini: «Stanno distruggendo la cultura, dovete ribellarvi»
"l'Unità", 04-06-2010
|
|
3 giugno 2010
Agli insegnanti non resta altro che mobilitarsi e chiedere a tutti gli altri lavoratori e precari e disoccupati e inoccupati di sostenerli. Senza cultura e lavoro quel che resta della Democrazia italiana muore!
Abbasso la scuola
Niente soldi, molti tagli
Sara Farolfi
Sacrifici sì, non per tutti però. Sicuramente non per «la casta degli intoccabili», per usare le parole di «Tuttoscuola», sito di informazione scolastica che sul decreto monstre di Tremonti si è fatto due conti. Salta fuori che mentre gli stipendi degli insegnanti subiranno un taglio mediamente dell'11 per cento, a sottosegretari e dirigenti pubblici andrà decisamente meglio, con una decurtazione, rispettivamente, del 6 e del 5 per cento.
Tanto rumore per nulla, insomma. A conti fatti, e tabelle alla mano, è chiaro chi sarà a pagare la crisi. Dipendenti pubblici ma anche privati perchè, come sottolinea il responsabile economico Pd Stefano Fassina, la sforbiciata a Regioni e enti locali (14 miliardi di tagli in due anni) obbligherà le amministrazioni a tagliare servizi, investimenti, e persino i fondi di garanzia per il credito bancario alle piccole imprese. «Se si esclude la sanità, i tagli alle Regioni si ripercuoteranno sul 15 per cento circa dei bilanci regionali e saranno perciò pesantissimi», spiega Fassina.
E la politica? E il grido di Calderoli sugli stipendi dei parlamentari da tagliare? Finisce più o meno a tarallucci e vino. Perchè, spiega sempre Fassina, il taglio alle indennità dei parlamentari viene solo «auspicato», a pronunciarsi in merito dovranno essere i presidenti di Camera e Senato, «e comunque si tratta di piccole cifre». Mentre la norma che decurta del 10 per cento il finanziamento ai partiti entrerà in vigore a partire dalla prossima legislatura. «È una manovra profondamente iniqua - conclude Fassina - che manca completamente di misure per la crescita, tagliando ciecamente il settore pubblico peraltro andare fino in fondo nella lotta agli sprechi».
Paga pegno la scuola, già devastata dalla manovra 2008 che prevedeva 8 miliardi di tagli. È lì che si annuncia il più grande licenziamento di massa degli ultimi tempi, e a licenziare è lo stato. «Le infrastrutture del paese sono state salvaguardate», ha detto il ministro Gelmini. Quali infrastrutture? Solo nell'anno scolastico 2009, 18 mila docenti e 7 mila Ata (il personale tecnico amministrativo) hanno perso il posto di lavoro (dati del governo) e la stessa cosa accadrà per i prossimi due anni. A uscire il prossimo anno saranno 25.600 insegnanti e oltre 15 mila tecnici amministrativi (dati Flc Cgil). Ma a tagli si sommano tagli, perchè il blocco del 50 per cento dei contratti a termine (la metà di tutti i contratti in essere!) vale per tutta la pubblica amministrazione, scuola compresa. Come pure il congelamento dei salari, già tra i più bassi d'Europa, che si tradurrà in un taglio vero e proprio taglio: secondo i calcoli di «Tuttoscuola», un prof di scuola media con quattordici anni d'anzianità avrà una perdita del 12 per cento netto rispetto allo stipendio attuale, un prof delle superiori con vent'anni di carriera perderà fino al 15 per cento.
Pare che anche ai piani alti di viale Trastevere, dove ha sede il ministero della pubblica istruzione, il clima si stia surriscaldando. Si racconta di riunioni notturne incandescenti, e di alcuni direttori generali, terrorizzati dalla perdita di stipendio e dagli effetti sulla buonuscita. Loro almeno potranno uscire sbattendo la porta. Agli insegnanti invece non resta, ora, che la mobilitazione. Che, a partire da sabato fino allo sciopero generale Cgil del 25 giugno, si annuncia caldissima.
"il manifesto", 03-06-10
cgil
inseganti
tuttoscuola
| inviato da Notes-bloc il 3/6/2010 alle 20:0 | |
|
|
|